Quando all’età di 26 anni iniziai a lavorare in un servizio territoriale di psicologia e psichiatria con un gruppo di colleghi, cominciammo a progettare alternative alle uniche due opzioni presenti all’epoca: reparto ospedaliero e ambulatorio. Nel giro di un decennio riuscimmo a realizzare un centro diurno, una residenza e appartamenti protetti ove alloggiare i pazienti in fasi di difficoltà. Gli utenti che venivano per alcune ore del giorno o che dormivano nella residenza e negli appartamenti non dovevano ricevere solamente visite, psicoterapie, farmaci e assistenza infermieristica, ma anche programmi riabilitativi. L’arteterapia, in particolare, si impose come elemento dotato di grande forza terapeutica. Ricordo il caso di un ragazzo affetto da una grave psicosi schizofrenica che rifiorì, letteralmente, partecipando a un gruppo di pittura dove esprimeva quelle parti di se stesso che, con le parole, non riusciva a manifestare. Una ragazza, anche lei molto sofferente, trovò nella musica una sua peculiare modalità espressiva.

Quando, dopo un anno dall’inaugurazione del centro diurno, riuscimmo a organizzare un concerto in un parco in cui i pazienti suonavano e cantavano, parteciparono all’evento moltissime persone “normali” che si stupivano delle capacità espressive dei “picchiatelli”. Anche diversi anni dopo tornai a scoprire la forza terapeutica dell’espressione artistica nel lenire le ferite dell’uomo partecipando, come conduttore psicoterapeuta, a un gruppo di pazienti che avevano affrontato l’esperienza del cancro. Nel gruppo del day hospital oncologico si organizzavano gite per visitare mostre di pittura e scultura. La forza della bellezza e della condivisione di emozioni e sentimenti provati nel passato da grandi artisti li accomunava alle sofferenza dell'”oggi”, aiutando i pazienti a superare il dolore e le paure.

Per queste mie esperienze passate non mi sono particolarmente stupito nel leggere la sperimentazione in atto in Canada per la quale ai medici viene data facoltà di prescrivere visite gratuite nei musei. Avvicinarsi all’arte, sia come artista che come fruitore, ritengo sia un’esperienza terapeutica perché permette all’inconscio di esprimersi e di non rimanere chiuso nei propri confini individuali. Sigmund Freud e la psicoanalisi hanno spesso ricercato, nei simboli dell’espressione artistica umana, significati e significanti, cioè mezzi per esprimere qualcosa che altrimenti rimarrebbe privo di senso. Numerosi studi hanno dimostrato che accostarsi all’arteterapia migliora l’umore della persona. Questo cambiamento non è puramente superficiale, ma incide anche sul corpo in quanto uno stabile miglioramento psicologico determina, secondo varie ricerche, un rafforzamento delle difese immunitarie, che incide positivamente aiutando a combattere numerose patologie.

Credo che accostarsi alla creatività, di cui l’espressione artistica è una componente importante, sia un’esigenza umana molto profonda e quindi ritengo che la sperimentazione portata avanti in Canada sia potenzialmente positiva. Per quanto mi riguarda continuerò a consigliare ai pazienti di trovare dentro di sé il desiderio di avvicinarsi alla creatività che potrà essere espresso, visitando le innumerevoli opere d’arte di cui l’Italia è culla o dedicandosi personalmente all’espressione artistica. Per esperienze artistiche non si intendono solo le classiche: pittura, musica, scultura o scrittura, ma anche quelle forme espressive che, senza divenire un lavoro, vengono scelte per il gusto di farlo e di comunicare qualcosa di sé che gli altri possono cogliere. Nella Bibbia, il libro simbolico per eccellenza, si afferma che Dio creatore ha plasmato l’uomo a sua immagine e somiglianza. Anche noi esseri umani, assomigliando e provenendo da Dio, abbiamo necessità di esprimere e accostarci attraverso l’arte al mistero della creatività, racchiuso nella nostra vena espressiva.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Halloween, io papà cattolico faccio bene a lasciare che le mie figlie lo festeggino?

prev
Articolo Successivo

Crisi di mezza età, stanchi dello spread o del vostro matrimonio? Datevi alla filosofia

next