Roma stamattina si è svegliata con un nuovo femminicidio. Dopo Desirée oggi è la volta di un’altra donna, uccisa a 23 anni con cinque colpi di pistola dall’ex compagno. È una conta che non si arresta quella delle donne che vengono uccise in quanto tali e di fronte a questa escalation non serve alcuna strumentalizzazione, alcuna retorica ma la corretta applicazione della Convenzione di Istanbul, che nel perseguire i principi di prevenzione, protezione e punizione del colpevole detta non solo le linee guida ma le priorità con cui intervenire.

La morte di una ragazzina di 16, drogata e violentata, così come tanti altri femminicidi, ci dice questo. Ma anche che esiste una responsabilità collettiva impossibile da esaurire con le ruspe, con i divieti sull’alcool, con le derive razziste e securitarie. La morte di una ragazzina di 16 anni, così come tanti altri femminicidi, si previene, ancora prima, con i presidi di socialità, con i luoghi aperti e gli spazi pubblici. Servono luci, servizi, informazione, bellezza contro la solitudine e il degrado. Serve una città che dia chance e opportunità, aperta e accogliente. Serve un cambiamento culturale rispetto alla relazione uomo donna.

Senza strumentalizzazioni. Perché uno stupro è uno stupro.

Dice bene l’Udi (Unione delle donne d’Italia) che nel commentare i fatti della povera Desirèe fa un quadro ben più vasto della situazione: “Ai responsabili non va data nessuna tregua. Ma ancora una volta siamo alle prese con forme di strumentalizzazione legata a chi sono gli stupratori o al degrado di un quartiere pieno di buchi neri. È comprensibile, ma si dimentica che lo stupro è, troppo spesso, un’arma maschile in pace e in guerra e non una prerogativa di pochi o legata solo al degrado urbanistico e sociale”.

È sufficiente guardare negli ultimi decenni ai casi rimasti nell’immaginario collettivo: dalla strage del Circeo, dove tre ragazzi fascisti della Roma bene seviziarono, violentarono e uccisero Rosaria Lopez e Donatella Colasanti (che si finse morta), o a Claudia Caputi, che nel 1976 nel quartiere Appio Tuscolano venne violentata due volte da un branco di giovani romani nel parco della Caffarella, o ancora a Marinella Cammarata, che nel 1988 – a due passi da piazza Navona – venne violentata da tre uomini. Fino alle più recenti Giovanna Reggiani e Desirée Mariottini.

L’Udi ricorda come nel 1976 ventimila donne scesero per le strade di Roma al grido di “Riprendiamoci la notte” e che da allora non hanno mai smesso di chiedere a tutti di prevenire la violenza maschile.

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Le violenze dal Circeo a San Lorenzo ci dicono dunque che non c’è ceto sociale, età, razza, che non possa macchiarsi di violenze e stupri. Lo stupro, così come la violenza sulle donne, è trasversale ed è ora che chi di dovere si faccia carico delle responsabilità per rendere Roma una città più vivibile per tutte. Perché #noisiamolaltrapartedellacittà. Ieri è toccato a Desirée e oggi a un’altra donna. Ma la violenza non è il nostro futuro.

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