È indagato per detenzione di sostanze stupefacenti, l’hanno condannato per resistenza a pubblici ufficiali e lesioni, e ha a suo carico tre ordini di espulsione. Ma ne possono arrivare altri.  Andarsene? Magari: è lui stesso – che con i sei mesi e nove giorni di carcere con la condizionale è libero – che è andato in questura per essere espulso e rimandato a casa sua, in Nigeria. Ma non si può, perché il Centro di permanenza per il rimpatrio di Torino (strutture previste dal decreto Minniti dell’aprile 2017, ex Cie, ndr) dove dovrebbe rimanere per avviare le procedure per il viaggio di ritorno è pieno. La vicenda di Isaiah Godspower, migrante nigeriano 19 anni, è “surreale anche per la questura di Alessandria. Ma il suo non è l’unico caso”, dice a ilfattoquotidiano.it il suo avvocato Marco Capriata. Quindi il ragazzo non può stare in Italia ma non può neanche andarsene, perché la burocrazia glielo impedisce. Un limbo, dice il legale, che potrebbe generare “una catena di altri ordini di espulsione, senza che vengano rispettati. Basta che lo becchino un’altra volta per strada senza documenti”. Una spirale nonsense nonostante l’insistenza di Matteo Salvini sull’urgenza di centri chiusi per il rimpatrio e il suo impegno pluridichiarato per aumentare le espulsioni e chi se ne occupa (i Cpr che il decreto Minniti prevedeva fossero uno per regione quando al momento sono soltanto sei in tutta Italia).

A ricostruire storia e precedenti del ragazzo è Capriata: “Lo avevano fermato le volanti ad Alessandria. Gli hanno trovato addosso sostanze stupefacenti, motivo per cui ha un processo pendente per detenzione. E lì era scattato il primo ordine di espulsione“. Poi è arrivato il secondo, “quando le autorità tedesche lo hanno rispedito dalla GermaniaMalpensa. Il terzo in questura ad Alessandria quando qualche giorno fa, esasperato, era andato per chiedere di essere espulso. Gli hanno detto di no perché il Centro di permanenza per il rimpatrio di Torino è pieno e per lui non c’era posto. Ma i documenti, allora come oggi, non ce li aveva quindi hanno notificato un nuovo ordine. A quel punto ha aggredito gli agenti, è stato arrestato ed è andato a processo per direttissima”. Risultato: “Condannato per resistenza a pubblici ufficiali e lesioni”. Ma tutto bene, è libero.

Il giovane, che non ha i requisiti per rimanere in Italia, non ha neanche i soldi per partire. Vive di elemosina che gli basta a malapena per mangiare. E se avesse i soldi? Non ce la farebbe comunque perché il passaporto non ce l’ha. E il rimpatrio assistito dell’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) che, scrive La Stampa, “pagherebbe il biglietto aereo e metterebbe a disposizione una somma per favorire l’avvio di un’attività nel suo paese d’origine”? Niente, anche questa strada è impercorribile per via di quei due decreti di espulsione. “Per la giurisprudenza italiana se sei stato espulso devi trovare i proventi per andartene, ma il più delle volte è proprio quello il motivo per cui non riescono a rimpatriare. Ci sono condizioni oggettive che lo impediscono”. Isaiah è arrivato in Europa percorrendo la rotta fatta da migliaia di migranti: Niger, Libia e Mediterraneo. Ma la sua storia qui è finita, non c’è modo di ottenere qualche forma di permesso o di protezione.

Tutta la sua storia emerge dopo l’aggressione in questura ad Alessandria. A un agente storce un polso, a un altro rompe gli occhiali. Quando va a processo per direttissima, davanti al giudice Stefania Niolo Vietti si ricompongono tutti i tasselli, dall’arrivo in Italia al rimpatrio impossibile in Nigeria. Ora è libero, da indagato, condannato e pluriespulso. “È uno stillicidio – conclude Capriata -. Lui rischia di tornare a delinquere e magari gli danno un altro ordine perché i documenti non ce li ha. Con buona pace di Salvini che i migranti li vuole mandare tutti a casa”.

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