I giovani turchi del settimanale Film Tv l’hanno definito un “capolavoro contemporaneo”. La donna dello scrittore (Transit, in originale), diretto dal tedesco Christian Petzold (dal 25 ottobre nelle sale italiane) ha sì l’aria formalmente un po’ retrò, ma è uno di quei film da cui non puoi staccare gli occhi nemmeno un secondo. Ci vuole un piccolo carpiato di senso per entrare nella trama. Immaginate la Francia occupata degli anni ’40. Una fuga verso Sud, verso Marsiglia, quella di migliaia di persone che ricorda l’eco degli ultimi giorni di vita di Walter Benjamin. Immaginate però che non ci sia ricostruzione storica. Che i tedeschi in fuga scappino su treni merci, dentro ai container, di notte e di nascosto dalla gendarmerie con pastori tedeschi, nel 2018.

Ne La donna dello scrittore due dimensioni storico/temporali coesistono in un’unica rappresentazione del tempo del racconto. Come se quel Georg (Franz Rogowski) che sfugge a controlli, posti di blocco, perquisizioni, fosse un eterno straniero, un “rifugiato”, un diverso, identico ieri come oggi. Se siete arrivati fin qui, e se ci aggiungete uno scambio in corsa di identità, e di alcune lettere, di un paio di lasciapassare per il Messico, di uno stralcio di romanzo lasciato da uno scrittore morto anch’esso in fuga, materiali finiti tutti in mano a Georg, eccovi servito il prologo febbrile e angosciante del film.

In scena non ci sono telefonini, televisioni o pc, ma solo vecchi transistor, carta e penna, un pallone, fette di pizza, ma anche armi spianate della polizia, automobili come le nostre, bistrot, urla terrificanti di perseguitati arrestati. Passato e presente formano un unico spazio d’attesa riempito dalla disperazione di dame eleganti e all’antica con cani signorili come di povere famiglie nordafricane. Mai il concetto di migrazione odierna si era fuso in unicum cinematografico così mimetico e ipnotico con gli echi delle persecuzioni naziste senza incorrere in didascalismi calati dall’alto o dita puntate verso lo spettatore ignorante.

Solo per come Petzold faccia coesistere visivamente e narrativamente i due  aspetti storico-culturali La donna dello scrittore merita una prima visione. Poi ne vale una seconda solo per rintracciare linearità e fluire della storia, intensità e naturalezza della recitazione. L’uso curato e preciso di codici di genere (ad un certo punto sembra di assistere a un paio di sequenze di Casablanca) fa di questa dimensione dilatata spazio/temporale, quella che Georg vive a Marsiglia in attesa dell’imbarco verso il Messico, facendo credere ad ambasciate e funzionari di essere lo scrittore defunto, un nucleo di dilatata agonia. In questa sinistra attesa Georg incrocia dolente lo sguardo di Marie (Paula Beer), la donna che attende sul serio quello scrittore compagno di vita che per lei mai arriverà.

I due finiranno per conoscersi e per attendere insieme l’espatrio verso la sopravvivenza. Se le parole e giudizi come spesso capita non bastassero, vogliamo sottolineare due inquadrature ricorrenti: il primo piano e il mezzo busto di Franz Rogowski. Individuo senza tempo, cicatrici sul viso che ne screziano l’estetica e che ne sporcano dannatamente il linguaggio. Neorealismo spintissimo per un protagonista che si trascina addosso pathos e senso del racconto fino a lasciarci attoniti, spettatori sospesi su un futuro incerto, individuale e contemporaneamente universale come non accadeva al cinema da parecchio. Petzold ha spiegato che per non ripetere un “cliché museale” ha “rivisto Il lungo addio di Altman”. Finché dura fare film così ci dà grande piacere. Distribuisce Academy Two.

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