“Ho un biglietto last minute per gli U2, lo vuoi? ”, mi fa Riccardo Monti, imprenditore dall’animo rock. Ci penso su e dico no grazie. Mi risponde: “Ma sei scema?”.  Grazie, ma lo ho già visto. Vado al Premio Cairo a Palazo Reale. In realtà 15 giorni fa ero invitata al Mimmo Rock party, una Woodstock napoletana,  e sul palco si è esibita proprio la cover band degli U2, gli Acthung Babies, una milionaria di followers spalmati sui social. Lui, il frontman, è il clone di Bono, stessa capigliatura, stessi occhiali, stessi salti ( con più slancio giovanile) e sopratutto stessi hits da Beautiful Day a I still haven’t found what I am looking for…  Stessa febbre rock per 1800 invitati, provenienti da ogni dove. Stessa muraglia umana di servizio d’ordine. Quasi, quasi è più “Bono” dell’originale. Senza doverci sorbire i suoi discorsetti ritriti di pace, amore e fratellanza. Ecco, nell’epoca della riproducibilità tutto è ricopiabile e ai tempi dei social tutto si moltiplica, le copie sono completamente sdoganate e si fanno strada a colpi di like. Siamo ben oltre quando Andy Warhol prendeva una scatola di zuppa Campbell’s e la riproduceva.

Secondo la rivista francese  “Officiel”  il Mimmo Rock 2.0 che prende il nome dal festeggiato, Mimmo Rocco, è tra le feste più ambite d’Italia, sicuramente quella con più tentativi di imbucarsi. Effetti pirotecnici fatti di laser, fumo e pioggia di coriandoli, griffati Artechfx. Per il resto la festa è un affare di famiglia: la moglie Annapaola si occupava degli inviti e del charity: niente regali ma un contributo  a un’associazione in Uganda a difesa dell’infanzia abbandonata. Al regista di casa, Salvo, che ha studiato a Los Angeles, setting e proiezione di graffiti  high tech (sembrava il Pacha d’Ibiza). Alla figlia Raffaella tutto il resto: dress code glitterato, gadgetistica in tema da distribuire mentre la chef Alessandra Iasiello sfornava burrito express e palle di riso. Dopo il clone di Bono si è messo alla consolle Marco Piccolo, in arte Little Mark, uno che insegna djing ai ragazzi dei quartieri più degradati, che ha sparato  un mashup di classici rock e house elettronica.

Si cambia scenario. Sembra quasi per pochi intimi il concerto di Noemi al Timberland Studio di Corso Como per il rilancio dell’iconico brand americano nato negli anni ’50, l’indistruttibile  scarponcino da lavoro, amato dai paninari degli anni ’80 e ora riproposto per la fashion influenze.  In duetto con un strepitoso Saturnino al basso, la più amata della scuderia di X Factory,  alterna  cover d’antan con i suoi pezzi di successo.

Mi piazzo con Ilaria Barbierato, armate di cellulari ( due sono meglio di uno) a una tale distanza che riprendiamo ogni nota, ogni lacrima di sudore. Noemi surriscalda la platea, con acuti e gorgheggi, fa caldo, si scusa: “Si, sudo anche io. Non sono photoshoppata, non ci sono filtri. Prendetemi come sono…” Un boato. E’ l’anti Lady Gagà, ma lei è entrata nel Guinness dei primati, l’altra no. Uno, due, tre, quattro bis, Noemi non risparmia fiato, la sua è una performance da grande concerto. Una serata simpatica, di nicchia, di musica autentica senza effetti speciali.
Dopo Londra, Berlino e Amsterdam il formato Timberland è sbarcato nella stilosa Milano per quattro giorni con un carnet smart di workshop: lo show cooking di Daniel Canzian, la session yoga di Giuseppe Panarello, il tattooing di Lucille (mi scuso per gli inglesismi, ma li chiamano così). Senza farci mancare la musica a palla di Saturnino, in veste dj, che firma anche la direzione artistica dell’evento. Il polistrumentista Saturnino suona da quando aveva cinque anni e da trentacinque con Jovanotti, è simpatico e non se la tira. E non è poco. Adesso come ci sorprenderà l’ex jena Victoria Cabello nei panni di una story teller canterina? La musica la fanno tutti, quella buona un po’ meno. Contano solo i like.

Instagram januaria piromallo