Il progetto Sprar del “modello Riace” per il Viminale non rispetta gli standard qualitativi di accoglienza e sarà per questo chiuso. La notifica al comune calabrese è arrivata il 9 ottobre. Spetta proprio al Servizio centrale, cabina di regia dello Sprar, ora, trasferire i 165 ospiti del paese delle Locride e in 60 giorni dall’uscita dell’ultimo, il Comune “dovrà rendicontare le spese sostenute, inviando la relativa documentazione”. Si capirà allora se Riace è in credito oppure in debito con il Viminale, cioè il finanziatore dello Sprar. L’amministrazione comunale ha sempre lamentato carenza di fondi e ritardi nei pagamenti, ma il provvedimento di revoca afferma che “per quanto riguarda il 2017, pur a fronte di una sensibile riduzione del numero dei soggetti accolti, ampiamente superiore al 30% dei posti finanziati, è stato liquidato il 70% del finanziamento concesso”. I soldi, quindi, da Roma sono arrivati nella Locride.

La chiusura dello Sprar arriva a una settimana dagli arresti domiciliari per il sindaco Mimmo Lucano, accusato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina e abuso d’ufficio nell’assegnazione delle gare d’appalto alle cooperative che si occupano di rifiuti. Questa vicenda – uno spot per il Ministro dell’Interno, Matteo Salvini – che nel giorno della notifica della circolare ha esultato con un “chi sbaglia, paga” – comincia però ben prima dell’insediamento del leader della Lega al Viminale. E dimostra come le crepe nel “modello Riace” esistessero da tempo. Le visite che hanno riscontrato questi problemi – che vanno ben oltre le questioni burocratiche – sono state riscontrate almeno in cinque occasioni.

La revoca dello Sprar – prevista dal decreto ministeriale del 10 agosto 2016 – arriva a seguito della decurtazione di 34 punti al progetto (a luglio si ipotizzava di arrivare a 44). Secondo il decreto ministeriale, “la revoca totale del contributo può essere disposta in presenza di una decurtazione di punteggio compresa tra 14 e 20 punti complessivi”. Va ricordato, però, che le irregolarità rilevate nei report non si sono tramutate in carichi penali: il Gip ha ritenuto che il sistema d’accoglienza fosse solo gestito con “malcostume” e “superficialità”. Non ha ipotizzato reati.

Il comune di Riace, si legge nel procedimento di revoca del Ministero, ha sempre rifiutato di considerare i rilievi effettuati dai funzionari mandati da Servizio Centrale e Prefettura per valutare il rispetto degli standard qualitativi del sistema Sprar. Il mancato adeguamento, che si protrae dal 2016, ha avuto come conseguenza ultima la completa sospensione del finanziamento.

La differenza fondamentale tra Sprar (Sistema protezione richiedenti asilo e rifugiati) e Cas (Centri d’accoglienza straordinaria) sta proprio in questo: lo Sprar prevede una gestione diretta degli enti locali e precisi standard da rispettare sia per quanto riguarda gli alloggi, sia per quanto riguarda i servizi forniti ai richiedenti asilo (tutoraggio legale, insegnamento di italiano, inserimento lavorativo, ecc…). Nei Cas, aperti sempre e solo per volontà delle Prefetture, i controlli non ci sono. I funzionari prefettizi non hanno i mezzi e il tempo per farli.

Ilfattoquotidiano.it ha avuto accesso alla documentazione sul caso Riace a partire dal 2016. Da due anni a questa parte, i motivi del contendere tra l’amministrazione Lucano – responsabile del progetto Sprar a Riace – e l’amministrazione centrale restano sempre gli stessi. A novembre 2017, a seguito delle prime rilevazioni già fortemente critiche, il Ministero chiede a Prefettura e Servizio Centrale “un’assidua forma di accompagnamento e di assistenza nella gestione amministrativa del progetto”. Lo scopo è rimetterlo in carreggiata e andare avanti con l’esperienza. Da allora non ci sono stati passi avanti, fino ad arrivare alla rottura.

Le ragioni sono tante. I primi a lamentarsi delle carenze del sistema – secondo i funzionari che hanno ispezionati i progetti Sprar di Riace – sono prima di tutto i richiedenti asilo. La qualità dei servizi, dall’assistenza legale fino all’insegnamento dell’italiano, non sono sufficienti né per gli ospiti, né per chi ha redatto i report delle ispezioni.

Inadatte anche le condizioni igieniche delle abitazioni dei migranti. In un report si parla di “condizioni degradanti di grave abbandono, tra animali, insetti, cumuli di bottiglie ed elettrodomestici lasciati a mo’ di discarica”, in uno degli alloggi. C’è poi una disorganizzazione che rende impossibile tenere traccia delle attività di Riace e valutarne gli esiti. I funzionari dicono che non esista una banca dati che tenga conto di alloggi e presenze, con il risultato di una confusione enorme sia nel numero delle presenze sia nelle stanze occupate, spesso, riportano gli operatori del Servizio centrale e della prefettura, inadeguate. Il valore per il triennio 2017-2019 dei finanziamenti che il Ministero avrebbe dovuto erogare allo Sprar di Riace era di oltre 2 milioni di euro. Denaro che – secondo Repubblica– non era stato rendicontato. Tanti soldi, specialmente tenendo conto del contesto: “L’evolversi dell’esperienza – si legge in uno dei rapporti della Prefettura, datato gennaio 2017 – ha comportato difficoltà ulteriori, probabilmente non previste ed ha reso impossibile, presumibilmente, un controllo ferreo di tutte le attività svolte”.

Altra singolarità dello Sprar di Riace che si riscontra da tempo sono i tempi di permanenza: invece del massimo di 18 mesi previsto di norma, i tempi sono “da un minimo di 674 a un massimo di 918 giorni”. La media Sprar nazionale è che circa un ospite su due invece riesce ad essere indipendente nei tempi previsti dal Sistema. Il Comune a una delle note del Servizio Centrale risponde così: in alcuni casi “non era possibile cessare con immediatezza l’accoglienza per serie e gravi ragioni umanitarie, trovandosi di fronte a nuclei famigliari con minori, anche piccolissimi, a persone malate o vulnerabili che ancora non avevano nessun luogo in cui andare”.

Una risposta di cuore, umana e certamente apprezzabile, che dimostra in cosa consiste la “disobbedienza civile” di cui Mimmo Lucano è tanto orgoglioso. Su 22 prolungmenti di soggiorno, però, il Ministero dice che nel 2017 15 sono stati concessi. Però non sono un fatto positivo, nell’ottica più generale del “sistema”: è il rischio di scivolare, dice il Servizio Centrale, “verso un mero assistenzialismo”, come scrive nella controdeduzione dell’11 settembre 2017. L’obiettivo del sistema d’accoglienza “è la (ri)conquista dell’autonomia individuale delle persone accolte, intesa come una loro effettiva emancipazione dal bisogno di ricevere assistenza”, che si verifica attraverso l’uscita dal sistema, dopo quelli che si chiamano “progetti individuali”. Per i funzionari però non c’è traccia di questi percorsi individualizzati e non c’è alcuna progettualità d’insieme.

Il Servizio Centrale contesta anche la pratica del subappalto dell’unico ente gestore capofila- Città futura – a un associazione, Welcome, che mette a disposizione strutture senza alcuna selezione, come invece previsto dalla norma. Ma il punto storicamente più controverso è l’erogazione dei buoni pasto e dei pocket money, i soldi per le piccole spese concessi ai migranti. A Riace sono erogati con l’euro di Riace, una moneta parallela, che obbliga i migranti a consumare solo a Riace e solo certi prodotti. Il fatto è contestato – per il Ministero in modo univoco – anche di richiedenti asilo. Nel provvedimento si dice anche che in uno specifico supermercato, i richiedenti asilo hanno riscontrato un aumento dei prezzi dei prodotti nel caso in cui pagassero con i pocket money. La giustificazione del sindaco Lucano è quella di aggirare le lungaggini burocratiche necessarie ad ottenere i fondi dal Ministero e far girare l’economia del paese.

Secondo il Ministero, alle gravi anomalie denunciate, il Comune ha risposto sempre in modo generico e impreciso. Tanto che si è arrivati a questa decisione finale. Paradossale che a chiudere il progetto-simbolo dell’accoglienza, sia un ente che il Viminale vuole ridimensionare se non cancellare con il Decreto sicurezza: lo Sprar potrà infatti accogliere solo i rifugiati, quando almeno fino al governo precedente, doveva essere il sistema d’accoglienza principale, per ogni forma di protezione e per i richiedenti asilo.