“Sono un sindaco povero, neanche un centesimo fuori posto” diceva il 23 agosto scorso parlando con Roberto Saviano. Ma Mimmo Lucano, il sindaco di Riace in prima linea su quello che è diventato un fronte di guerra ovvero l’accoglienza dei migranti, era consapevole che la sua disobbedienza civile lo portava a superare i confini. “Sono un fuorilegge” rivendicava raccontando del rilascio di una carta di indentità a una donna cui era stato negato per tre volte il permesso di soggiorno. Una affermazione, tra le tante, intercettata dagli uomini della Guardia di finanza, che oggi gli hanno gli hanno notificato un’ordinanza di custodia cautelare. Arresti domiciliari per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ma non l’associazione a delinquere, l’abuso d’ufficio, la truffa aggravata e altri reati contestati dalla Procura di Locri. Un primo cittadino, che “vive oltre le regole” come lo definisce il gip, ma che non ha arricchito né le associazioni che ricevevano i soldi destinati alla gestione dei migranti che arrivano in Italia e diventano ospiti di Sprar (servizio per i richiedenti asilo gestito dai comuni) e Cas (centri di accoglienza straordinaria), né ha preso soldi lui. Anzi il giudice, nelle 132 pagine di ordinanza a fronte di circa 1000 di richiesta, smonta gran parte dell’inchiesta parlando di congetture, errori procedurali, inesattezze. L’indagine, durata un anno e mezzo e fondata su intercettazioni ambientali e telefoniche, oltre che sull’acquisizione di diversi atti amministrativi, scrive il giudice, ha prodotto una “corposa istanza coercitiva” da parte del pm. Che però si è limitato ad un “acritico recepimento” delle “conclusioni raggiunte all’esito di una lunga attività della Gdf di Locri”.

Non riconosciuta l’associazione a delinquere e altri reati
Per questo il giudice per le indagini preliminari, Domenico Di Croce, parla di “malcostume”, di una”gestione tutt’altro che trasparente” e di “comportamenti” conformati “ad estrema superificialità”, ma non riconosce la sussistenza di un flusso di denaro. E anche in presenza di un “grave quadro indiziario“, quel malcostume, quell’andare oltre le regole “non si è tradotto in alcune delle ipotesi delittuose delineate dagli inquirenti”. Non è stata riconosciuta l’associazione a delinquere (gli indagati in totale sono 31), né è stato riconosciuto sussistente “un ingiusto vantaggio patrimoniale” nei confronti delle associazioni che gestiscono i progetti. “Nessun indebito arrichimento” è stato individuato dal giudice che pur riserva parole durissime nei confronti di Lucano: “Sebbene non integrante alcuno degli illeciti penali contestati nei restanti capi di imputazione provvisori, la gestione quantomeno opaca e discutibile dei fondi destinati all’accoglienza dei cittadini extracomunitari tratteggia il Lucano come soggetto avvezzo a muoversi sul confine (invero sottile in tale materie) tra lecito e illecito, pacificamente superato nelle vicende relative all’affidamento diretto dei servizi di pulizia della spiaggia di Riace e al matrimonio fittizio tra la Tesfahum e il fratello”. Uno dei tre matrimoni combinati contestati dagli inquirenti. Tra le contestazioni a Lucano ci sono l’affidamento a due cooperative da parte del comune di servizi di pulizia della spieggia e di raccolta e trasporto di rifiuti. Ma su un totale di ventuno i capi di imputazioni, contestati a vario titolo agli indagati, sono rimasti solo quelli.

La procura ricorrerà al Tribunale del Riesame, gip: “Accuse vaghe”
I pm, che hanno già annunciato il ricorso al Tribunale del Riesame, sostengono invece che le indagini della Guardia di Finanza hanno accertato “numerosi e diversificati profili relativi alla gestione dei rilevanti flussi di denaro pubblico destinati alla gestione dell’accoglienza dei migranti al cui esito sono emerse e riscontrate diffuse e gravi irregolarità”. Le irregolarità, secondo la Procura, riguardano, “altre e diverse procedure di affidamento diretto alle associazioni operanti nel settore dell’accoglienza; la rendicontazione dei criteri riguardanti la lungo permanenza dei rifugiati; l’utilizzo di fatture false tramite le quali venivano attestati fraudolentemente costi gonfiati e/o fittizi; il prelevamento, dai conti accesi ed esclusivamente dedicati alla gestione dell’accoglienza dei migranti, di ingentissime somme di denaro cui è stata impressa una difforme destinazione, atteso che di tali somme non vi è riscontro in termini di corrispondenti finalità”. Su questi profili la Procura quindi procederà nei prossimi giorni ad “approfondire ogni opportuno aspetto per presentare l’eventuale ricorso al Tribunale della Libertà di Reggio Calabria, fermo restando che dalle indagini è comunque emersa una pluralità di situazioni che, nell’immediatezza, impone la trasmissione degli atti alla Procura Regionale della Corte dei Conti ai fini dell’accertamento del connesso danno erariale”.

Capo di imputazione generico e sbagliati i calcoli
Alla procura però il giudice contesta, riguardo alla contestazione sugli affidamenti diretti a privati dei servizi di accoglienza, “vaghezza e genericità del campo di imputazione” che lo “rendono inidoneo a rappresentare contestazione provvisoria alla quale validamente ‘agganciare’ un qualsivoglia provvedimento custodiale”. Anche se le indagini sono durate 18 mesi secondo il giudice non sono state individuate le “collusioni” tra gli indagati e in verità mancano anche “visure camerali (o documenti equipollenti” relativi alle cooperative coinvolte”. Stando così le cose dovrebbe essere il gip, “indebitamente sostituendosi al pm”, ad individuare le collusioni o i mezzi fraudolenti. Un’operazione che non solo “è impedita dai più elementari principi processuali e penalistici” ma è anche “ostacolata” dalla “mancanza, tra gli allegati alla richiesta, sia degli atti con i quali tali affidamenti diretti venivano decisi sia dalle convenzioni che agli stessi facevano seguito”. Anche volendo, quindi, “non vi sarebbe modo di capire né quali motivazioni sorreggevano tale ipotetico modus operandi, né quale sarebbe il corrispettivo dei servizi affidati”. Per quanto riguarda l’accusa di truffa aggravata, il Gip afferma che il contenuto delle intercettazioni “lascia trasparire una modalità quando meno opaca delle somme destinate agli operatori privati” ma, al di là di questa considerazione, gli inquirenti “sembrano incorsi in un errore tanto grossolano da pregiudicare irrimediabilmente la validità dell’assunto accusatorio”. Di fatto, dice sempre il gip, viene individuato l’ingiusto profitto nel totale delle somme incassate dalle cooperative, quando invece andava individuato nella differenza tra il totale e le spese realmente sostenute. Più o meno stesso discorso sull’accusa di falso: “Nella richiesta di misura le considerazioni addotte a sostegno della sua fondatezza sono quantomeno laconiche”.

Ma non solo: secondo il giudice sono stati sbagliati conti del presunto ingiusto profitto. “Ad aggravare gli effetti di tale marchiana inesattezza è poi la circostanza che gran parte delle conclusioni cui giungono gli inquirenti appaiono o indimostrabili… o presuntive e congetturali… o, infine, sfornite di precisi riscontri estrinseci”. A Lucano è stato contestata anche una concussione perché stando all’accusa avrebbe costretto un commerciante a emettere fatture false; ebbene il giudice ritiene il presunto concusso non attendibile, inoltre non sarebbe stato sentito con le garanzie previste dalla legge e quindi le sue dichiarazioni sarebbeo state comunque inutilizzabili. Anche l’accusa di falso sulle determine firmate dal primo cittadino viene spazzata via. Come del resto quella di malversazione: “non appaiono idonei” gli elementi raccolti per sostenere l’accusa anche se le condotte sono “certamente torbide”.

Chiesti altri 14 arresti tutti respinti dal giudice
Restano in piedi, e per il giudice dimostrati, l’affidamento di appalti per la pulizia della spiaggia e della raccolta dei rifiuti e quello dei matrimoni architettati per permettere il rilascio dei permessi per cui, stando a Di Croce, sono state commesse una “lunga serie di irregolarità amministrative e di illeciti penalmente rilevanti”. Senza comunque ci fosse un guadagno. A Lucano il giudice contesta comunque “una spigliatezza disarmante” nell’ammettere di essersi impegnato in prima persona per i matrimoni. Per le altre 29 persone indagate, in gran parte di rappresentanti legali di associazioni e di ditte fornitrici di beni e servizi, il gip non ha emesso alcuna misura restrittiva. La procura di Locri aveva chiesto altri 14 arresti domiciliari per le ipotizzate irregolarità nella gestione dei fondi destinati ai centri d’accoglienza per i migranti. Richieste non concesse.

Il gip su Lucano: “Non faceva mistero di trasgredire le norme”
“Certo è che come sottolinea il giudice Lucano “creava una fitta rete di contatti personali che ne agevolavano, chi più chi meno consapevolmente, le perpretrazioni sopra indicate, e sulla quale tuttora potrebbe fare affidamento per tornare a delinquere. Se dunque è ancora fertile il retroterra culturale e politico sfruttato dall’indagato (a oggi sindaco di Riace) per porre in essere comportamenti penalmente stigmatizzabili, appare altrettanto evidente che l’incarico attualmente ricoperto – si legge nell’ordinanza di custodia cautelare – e la copiosa presenza di stranieri sul territorio riacese potrebbe costituire occasione proprizie per l’adoazione di atti amministrativi volutamente viziati o per la proprosizione a soggetti extracomunitariu di facili e illegali scappatoie per ottenere l’ingresso in Italia”.

In questo senso c’è una intercettazione che spiega il meccanismo utilizzato: “Stella si è sposata perché diniegata, perché in Nigeria li stanno diniegando tutti, no la commissione, una, due volte. Adesso con il governo nuovo c’è uno che si chiama Minniti, una brutta persona, vi mandano via, vi cacciano, allora Stella si è sposata” diceva Lucano a una ragazza a cui spiegava che per rimanere in Italia la strada migliore era quella del matrimonio con un italiano. “Sul municipio, l’ho sposata io, ta – ta – ta veloce .. veloce, con Nazareno. Non è vero che è sposata con Nazareno, capito? Però con i documenti risulta così, sul comune di Riace, quando lei con il certificato di matrimonio … tu capisci quello che sto dicendo? Con il certificato di matrimonio lei sta qua adesso. Sai che devi fare? Tu sposati con uno di Riace, dobbiamo trovare uno che ti sposi“.

Ed è nel reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina che il giudice riconosce il reato più grave: “Generano poi stupore la dimistichezza e la spregiudicatezza dimostrate dall’uomo nella commissione di tale ultima categoria di illeciti: il Lucano, che già sapeva di essere indagato, non faceva mistero neanche di fronte a persone estranee al suo entourage di trasgredire intenziolmente quelle norme civili e amministrative delle quali proprio lui era in realtà tenuto per primo a garantire il rispetto”. E il sindaco di Riace da anni rivendicava il suo diritto di violare la legge in nome dell’accoglienza.

Il gip: “Quando i mezzi sono le persone il fine raggiunto tradisce gli scopi umanitari”
Una visione stigmatizzata dal giudice che ne ha disposto l’arresto: “Per il proseguimento dei suoi scopi, poi, l’uomo non risparmiava il ricorso a condotte non solo penalmente, ma anche moralmente riprovevoli (per quanto, dal suo punto di vista finalizzate a garantire soggetti svantaggiati la possibilità di permanere in Italia o di raggiungere il paese, per qui godere di un migliore regime di vita…)”, come nel caso dei matrimoni combinati solo per ottenimento del permesso di soggiorno. Ma il gip non accetta la massima del fine che giustifica i mezzi: “L’indagato vive oltre le regole, che ritiene d’altronde di poter impunemente violare nell’ottica del ‘fine giustifica i mezzi’; dimentica, però, che quando i ‘mezzi’ sono persone il ‘fine’ raggiunto tradisce, tanto paradossalmente quanto inevitabilmente, questi stessi scopi umanitari, che hanno sorretto le proprie azioni…”. Da adesso sarà compito di un altro giudice stabilire se e che pena dovrà scontare Lucano.