E se all’improvviso saltasse fuori un pazzo a raccontarvi che l’unico spread davvero importante è un altro? Segregati come siamo nelle nostre prigioni di comfort, non ci accorgiamo che l’unico spread davvero essenziale per le nostre vite non è quello tra Btp e Bund, come un sapiente indottrinamento mainstream vuole farci credere, ma è quello tra la temperatura media attuale e quella dell’epoca preindustriale. Molti degli attuali parrucconi europei non possiedono i requisiti – morali e mentali – per capirlo, ma se non si adottano (alla svelta) tutte le contromisure possibili per contenere entro +1,5°C lo spread climatico tra l’attuale fase di sbornia antropocentrica e l’epoca preindustriale, saranno guai seri per tutti.

Le sbarre dietro cui molti di noi sono rinchiusi ci inducono a derubricare queste affermazioni come le solite litanie di gufi e cassandre. Ma l’ignoranza non è ammessa. Non più. È dagli anni Settanta che illuminati bioeconomisti scolpiscono sulla pietra il destino a cui il genere umano sarebbe andato incontro con questo modello di sviluppo. Sono stati ignorati, derisi e combattuti. Oggi anche l’ortodossia scientifica dà finalmente loro ragione. Ma il conto arriverà salato per tutti. Anche per chi – per negligenza o ignoranza – ancora si affida al sacro dogma del Pil come panacea di ogni male. Moscovici, Juncker, Draghi, Oettinger. Tutte rispettabilissime persone. Ma, per loro (e nostra) sfortuna, appartengono a un paradigma culturale definitivamente superato, abbattuto dalla scure impietosa di dissesti climatici che la loro (e, in troppi casi, la nostra) dissonanza cognitiva ci impedisce di accettare.

È uscito in questi giorni lo Special Report on Global Warming of 1.5°C dell’Ipcc, che illustra senza sconti lo scenario a cui andremo incontro – proprio come Lemmings impazziti lanciati verso il burrone – se non prenderemo al più presto provvedimenti sostanziali, come un taglio del 50% nell’utilizzo di combustibili fossili entro 15 anni. Cioè dopodomani.

Nobile e nobilitante la recente conversione plastic-free del ministero dell’Ambiente, una piccola ma gigantesca dimostrazione che la rotta può (e deve) essere invertita, sia con azioni simboliche ma soprattutto con misure legislative urgenti, radicali e ad ampio raggio. Le litanie della crescita fine a se stessa, se non contingentata da feroci meccanismi disincentivanti per le produzioni inquinanti (carbon-tax), dovranno far presto sorridere chi ha cuore, se non il futuro del nostro pianeta, almeno quello dei propri figli. L’essere umano è un organismo mesoscopico, vede avanti al massimo di una generazione: si punti a sensibilizzarlo sulla salvezza della sua prole, più che su quella del suo habitat.

Se le quotazioni dei titoli azionari di banche e multinazionali barcollano per le incaute (e strumentali) dichiarazioni di chi vede in una manovra finalmente espansiva (e umana) lo spauracchio di una deviazione da norme anacronistiche e ridicole, come reagirebbero i listini se raggiungessero la consapevolezza degli effettivi rischi a cui stiamo andando incontro?

Capite bene che stiamo parlando di due piani diversissimi, culturalmente incapaci di dialogare e di trovare, quindi, la necessaria sintesi comune: da un lato, un paradigma vecchio di due secoli e mezzo, ancorato a mezzi obsoleti (capitale e lavoro) e scopi esauriti (profitto ad ogni costo); dall’altro lato, un paradigma – che la dissonanza cognitiva (alimentata dal primo) impedisce a troppe persone di comprendere – ispirato a una prospettiva civica finalmente biocentrica, e non più antropocentrica.

Già, la vita al centro. La vita del nostro ecosistema e, conseguentemente, quella di ciascuno di noi. Occorrono donne e uomini nuovi. Per una trasvalutazione di valori che davvero dimostri alla Storia come questa non sarà stata “un’epoca di cambiamenti”, ma “un cambiamento d’epoca”. I fortunati che possiedono i requisiti per accorgersene proveranno forse qualche brivido di emozione. I più coraggiosi, invece, avvertiranno persino un nuovo… compito.