Su La Repubblica del 6 ottobre Marco Ruffolo dimostra di aver colto il nodo profondo del dibattito politico-economico italiano. Il fatto è che dal Dopoguerra in poi non si è mai vista, in nessuna parte del mondo, una sinistra riformista che non fosse Keynesiana, pronta a contrastare le depressioni economiche e la disoccupazione con politiche fiscali espansive. E tuttavia nell’eurozona tali politiche sono eccezioni. Per tale motivo, esse diventano poco efficaci, pericolose, perché difficilmente riescono a innescare una svolta positiva delle aspettative: sui mercati reali (i consumi rispondono meno del solito), e sui mercati finanziari (dove le impennate dello spread destabilizzano il debito pubblico e le banche). L’assetto liberista dell’eurozona promuove inoltre – implicitamente, ma con meccanismi forzanti – la liberalizzazione del mercato (l’insicurezza) del lavoro.

Ma a La Repubblica e nel Pd sono internazionalisti ed europeisti, perché a loro giudizio la pace in Europa negli ultimi 78 anni non è stata preservata dalle armate americane, bensì dall’Unione Europea. Ritengono inoltre che la meritoria Ue (confederale) non basti. Vogliono gli Stati Uniti d’Europa (federali). Anche forzando l’antropologia (gli europei si sentono tedeschi, francesi, italiani perciò non solidarizzano fra loro). Anche forzando la democrazia (gli Stati Uniti d’Europa sono un progetto non votato dai popoli, non deliberato dai Parlamenti, di un’elite illuminata, che si pone alla guida del popolo bue!) con la strategia del “fatto compiuto”. Una moneta comune è ingrediente necessario degli Stati Uniti d’Europa; l’euro di Maastricht è l’unica in campo (nonostante a volte se ne discutano le virgole); e fornisce le leve per piegare le democrazie nazionali. Come rinunciarci? Quindi, Houston, abbiamo un problema. Come salvare capra e cavoli, i disoccupati e il laissez faire liberista, il Keynesismo e l’euro?

Diverse strade sono possibili. La prima è cambiare le regole dell’euro-zona in modo da consentire adeguate politiche di deficit spending anticiclico (oltreché di welfare). È la strada vagheggiata dal ministro Savona. Ma purtroppo essa è politicamente impraticabile. Richiederebbe una riforma profondissima del cuore stesso dell’accordo liberista di Maastricht – le regole pro-cicliche come il Fiscal Compact, il mandato della Bce, le regole poco efficienti contro l’instabilità finanziaria (Omt, unione bancaria) e contro il mercantilismo – con l’unanimità dei 19 Paesi membri dell’eurozona: più facile sciogliere l’euro e rifarlo, che riformarlo.

La seconda strada è quella di uscire dall’euro, come suggeriscono Stiglitz e Bagnai. È possibile senza creare disastri, senza mettere a repentaglio i risparmi degli italiani. Sappiamo come farlo, in teoria. Ma in pratica, è estremamente difficile assemblare le necessarie condizioni politiche e tecniche. Perciò è facile che i costi di uscita siano elevati.

La terza via è rinunciare al keynesismo e alla tutela del lavoro per sopravvivere nel mondo di Maastricht. Ciò significa abbandonare i ceti popolari ai populisti, competere per i voti dei quartieri-bene, e diventare (al di là delle etichette) quella destra illuminata e liberale di cui in passato si è spesso sentita la mancanza. Ma come fare? Un’evoluzione così profonda richiede una giustificazione ideologica. Una possibilità è l’abiura esplicita: l’economista del Pd Gianpaolo Galli (ex-Confindustria) ad esempio sostiene che il liberismo è di sinistra, e che le politiche keynesiane lasciano sempre chi le adotta in una situazione peggiore. Un’altra possibilità è prendere in ostaggio Keynes, e reinterpretarlo in chiave liberista: l’uomo ha scritto tanto ed è passato attraverso fasi diverse… E pazienza se il keynesismo moderno è ormai 80 anni più avanti.

Scrive Marco Ruffolo: “C’è una ragione… profonda che… ha convinto una parte della sinistra a disertare… il Pd…: il mito di Keynes” [dunque, non Keynes]… [che è] idolatria… banalità… catechismo… che comprime, deformandoli, i veri insegnamenti di Keynes”. Che sarebbero? “Keynes era ben attento alla composizione di quella spesa pubblica in deficit che suggeriva…[Ma purtroppo oggi in Italia] Stato, Comuni e Regioni non sono in grado di investire [perciò le politiche keynesiane non si possono fare. Difatti] Keynes… tornando dall’aldilà dopo 72 anni… condizionerebbe le sue ricette a una profonda riforma dello Stato [senza la quale] a moltiplicarsi sarebbe solo il suo scetticismo [verso] maggiori spese correnti”. Sentiamo Keynes: “The Treasury [should] fill old bottles with banknotes, bury them at suitable depths… and leave it to private enterprise… to dig the notes up again”. Se poi volete fare qualcosa di utile, meglio; ma l’importante – diceva Keynes – è distribuire soldi alla gente per stimolare la spesa privata.

Ancora Ruffolo: “Keynes era consapevole che i moltiplicatori con cui la spesa crea più reddito sono condizionati da elementi strutturali…perciò, invece di stimoli alla domanda, in recessione Keynes oggi prescriverebbe riforme strutturali; e così il rovesciamento è completo. Ma secondo Keynes (è stato confermato poi) i moltiplicatori variano in base a tutt’altre circostanze (i vincoli alla domanda aggregata).

Sempre Ruffolo: “Keynes non doveva fare i conti con debiti pubblici colossali come quello italiano”; ma nel suo paese, l’Inghilterra, nel 1935, il debito era al 250% del Pil (Italia oggi: 130%).

Nell’Italia del governo gialloverde i populisti e i liberisti si combattono apertamente. Ma entrambi fanno ben attenzione a soffocare la terza posizione, il keynesismo, spesso intestandosene in modo spurio l’eredità. Per molti decenni i keynesiani hanno stabilizzando i mercati finanziari e quelli reali creando un’alternativa liberale e moderata al marxismo e al capitalismo selvaggio. Oggi sono europeisti e nemici di Maastricht. Per la prima volta, non hanno rappresentanza politica. Presi fra due fuochi, osservano sgomenti: le scorrerie e i crudeli esperimenti sociali dei due estremismi vincitori… una sinistra irretita da un progetto illuministico, che si dibatte, prigioniera delle sue stesse menzogne… ed un giornale fiancheggiatore, principale responsabile del suo declino.