di Andrea Taffi 

Camicia bianca slacciata, gesti fluidi e sicuri, parole chiare e precise. Look, movenze e verbo di chi si sente a suo agio tra la gente di un mercato. È questa l’immagine che Francesco Boccia consegna allo spot della sua candidatura alla segreteria del Pd, quarto nome dopo quelli di Matteo Richetti, Nicola Zingaretti e Cesare Damiano. Un’immagine che ha come didascalia i risultati dell’ultimo sondaggio, quello, cioè, che ha certificato la ripresa del Pd (+ 1,5%) e il calo congiunto del Movimento 5 stelle e (altra novità dal 4 marzo) della Lega di Salvini. Un’immagine e un numero che forse sono il primo concreto risultato dopo la folla di Piazza del Popolo e la volontà di un nuovo corso Pd.

Certo, non basta uno spot ben fatto per convincere del cambio di corso, e non bastano neppure le promesse di Boccia di “rivoltare il partito dalla testa ai piedi”, auspicando una vera rottamazione (contro quella finta di Matteo Renzi). Eppure l’immagine di Boccia che parla con la gente mi è sembrata pacata, garbata, in linea con la vera volontà di un vero partito di sinistra di incontrare la gente, di parlare con loro, ripartendo dalle loro idee.

Forse Boccia non sarà quel leader (quel messia) che tutti aspettano alla guida del Pd, eppure è l’unico di quel partito che ha avuto il coraggio, come presidente della Commissione Bilancio della Camera al tempo del governo Renzi, di impegnarsi per provare sul serio a scrivere e fare approvare la legge che facesse pagare le tasse alle multinazionali nel paese dove esercitano le loro attività e non in quelli dove vigono aliquote basse e dove (ovviamente) quelle stesse multinazionali hanno impiantato la loro sede centrale. E questo prima che fossero tribunali, con le loro sentenze, a imporre tale obbligo. E sempre Boccia è l’unico del suo partito che ha avuto il coraggio, di fronte alle telecamere di “Report”, di denunciare di essere stato bloccato in quella sua iniziativa. Altre volte ho sentito Boccia difendere scelte di giustizia ed eguaglianza fiscale davanti al mutismo e all’imbarazzo dei suoi colleghi di partito.

È per tutto questo che l’immagine di Francesco Boccia che parla alla gente di un mercato non mi è sembrata il solito e inconcludente spot pubblicitario, il velleitario tentativo di accreditarsi agli occhi del popolo Pd, usando formule trite. Al contrario, mi è parso un gesto sincero, forse ingenuo, ma vero per instradare il Pd sulla via del cambiamento, una via da percorrere senza Renzi e i renziani, e in compagnia dei 5 stelle. Sì, perché io sono convinto che (in fondo in fondo) Di Maio e i suoi al posto della Lega di un Salvini sempre più ingombrante preferiscano il Pd di chiunque altro che non sia Renzi.

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