Dedico il mio centesimo post agli eroi lasciati soli e morti nel silenzio come Peppino Impastato, ma anche come il vigile Michele Liguori di Acerra, come il tenente Roberto Mancini della Polizia di Stato di Roma, il primo eroe a indagare in Terra dei Fuochi e per questo mobbizzato e lasciato solo.

In data 2 ottobre 2018 ho partecipato in Regione Campania alla presentazione de Il cavaliere errante, il libro sulla vita di Michele Liguori scritto dal poeta di Acerra Giacomo Pietoso sui ricordi della moglie di Michele, Maria di Buono. Il libro è un atto d’amore e racconta, con la semplicità e la dolcezza degli occhi del cuore, una grande storia d’amore, quella di Michele Liguori verso la propria terra e verso la propria famiglia.

Mi è stato concesso di ricordare Michele e ho dovuto ricordare a tutti che non stavamo parlando dell’impegno di un vigile ambientale contro la presunta inciviltà del “sacchetto selvaggio” dei cittadini campani, ma contro il mortale gioco “dei tre sacchetti” dove, dietro l’apparente inciviltà dei cittadini di quei comuni, si cela la terribile realtà del “lavoro a nero” che li obbliga a produrre oltre seimila tonnellate di soli rifiuti industriali in regime di evasione fiscale nei settori scarpe, borse e vestiti, per miseri 25 euro al giorno. E a fine giornata sono persino costretti dai loro “datori” a mettere tutti gli scarti di lavorazione nei sacchetti dei rifiuti urbani e a smaltirli lontano da casa, bruciando roghi tossici o magari sulle rampe senza pedaggio della strada statale 163, il mortale Asse Mediano che attraversa tutti i principali Comuni di Terra dei fuochi, terra del lavoro “a nero” e quindi dello “smaltimento a nero”.

Io combatto da oltre dieci anni per dare giustizia a questi eroi silenziosi e tutelare i loro colleghi e i miei concittadini. Nel 2007 a mie spese ho fatto le analisi di diossina e ho certificato l’avvelenamento del pastore Vincenzo Cannavacciuolo contribuendo alle prime condanne di ecomafiosi in Campania. Sono stato consulente del magistrato Federico Bisceglia, ucciso in un misterioso incidente stradale mentre indagava sui flussi transfrontalieri dei rifiuti tossici, rispondendo alle sue domande sul perché le pummarole coltivate nei pressi della discarica Resit risultavano “pulite” mentre i terreni e soprattutto le falde acquifere risultavano pesantemente inquinate e ho reso così giustizia alle indagini del tenente Mancini che aveva ben descritto nelle sue relazioni ai magistrati come la Campania fosse caratterizzata da tombamenti profondi con copertura di almeno 1.5 metri di terreno agricolo “sano” proprio per permettere di ottenere prodotti agroalimentari puliti in superficie e occultare con efficacia discariche di rifiuti tossici.

Prima di operarmi di cancro, il mio ultimo impegno professionale è stato quello di predisporre una relazione tecnica affinché la famiglia di Michele Liguori possa avere giustizia nei confronti di uno Stato che non riconosce legato al servizio il colangiocarcinoma che lo ha ucciso. Oggi arrivo a cento post per Il Fatto Quotidiano. Cento piccoli passi in un territorio che non vuole assolutamente riconoscere quanto grande sia il disastro ambientale che quindi ci uccide ogni giorno.

Solo una manciata di anni fa ci si ricorda, ad esempio, che il fiume Sarno uccide ed è il fiume più inquinato di Europa, sesto al mondo. Io ne ero stato informato, appena sedicenne nel 1973, dal professor Giordano, direttore del Pascale, in una conferenza stampa a cui erano presenti pochissime testate di giornali napoletani. Oggi mi offende, come medico, come cittadino, come ammalato, che la medicina ufficiale continui a negare l’ovvio danno sanitario conseguente a un così grande ma ancora negato disastro ambientale servito come segnale di allarme per tutte le Terre dei fuochi di Italia!

Mi offende che il colangiocarcinoma che ha ucciso Michele Liguori si descriva come patogeneticamente legato persino ai vermi trematodi ma non anche alle decine di migliaia di tonnellate di policlorobifenili (pcb) della Ditta Caffaro di Brescia sversati dalla camorra (Vassallo) nei Regi Lagni di Acerra. Mi offende che l’eccesso di cancro alla vescica oggi certificato dopo decenni dalla Asl 2 in Terra dei fuochi sia considerato patogeneticamente legato persino alle infezioni da schistosoma ma non anche alle centinaia di pozzi inquinati da tricloro e tetracloroetilene come riscontrato dalle indagini di Michele Liguori, del magistrato Bisceglia e del generale Sergio Costa: ben 84 pozzi inquinati su 112 esaminati nel solo territorio di Acerra. Mi offende che la medicina, negando evidenze cosi grandi, di fatto si dimostri collusa alla camorra, alla ecomafia.

Ho deciso di raccogliere i miei cento post in un piccolo libro, per segnare come Peppino Impastato i miei cento passi verso la verità in Terra dei fuochi. I miei cento post come i cento passi che dividevano la casa di Peppino Impastato dalla casa del boss Badalamenti: le Terre dei fuochi esistono così come esiste l’ecomafia. Continuare a negare il danno alla salute pubblica da inquinamento ambientale equivale a continuare a negare che esiste la mafia.