“Un efficace aiuto ai cittadini in difficoltà“, dice il contratto di governo. Sarà riservata a “gente onesta che non poteva pagare“, ripete Luigi Di Maio. Gente “disperata”, precisa Matteo Salvini. “Milioni di italiani che hanno fatto la dichiarazione dei redditi e poi non sono riusciti a versare tutto il dovuto”. I confini della pace fiscale che l’esecutivo inserirà nell’annunciato decreto collegato alla manovra sono ancora in via di definizione, ma Lega e M5s insistono sul fatto che sarà riservata a chi non è riuscito a saldare i conti con l’erario perché non ne aveva la possibilità economica. Il problema è che l’Agenzia delle Entrate e il braccio della riscossione (ex Equitalia) ad oggi non hanno incrociato i dati del loro magazzino crediti con le informazioni su flussi e saldi dei conti correnti e conti deposito degli italiani. In questo momento quindi l’Erario non è in grado di dire quale percentuale dei 448,9 miliardi di euro ritenuti ancora aggredibili sia dovuta da “disperati” e quanta parte, invece, da contribuenti che potrebbero pagare. E solo lo scorso 31 agosto, poco prima di lasciare l’incarico e a sei anni e mezzo dalla legge che la prevedeva, il direttore uscente Ernesto Maria Ruffini ha dato avvio alla “sperimentazione della procedura di analisi del rischio di evasione” basata proprio sul confronto tra dichiarazioni e accrediti sui conti.

Su 364,7 miliardi di crediti il recupero è fallito – I crediti affidati all’ex Equitalia dal 2000 al 2017 ammontano a 871 miliardi di euro costituiti per l’81% da tasse non pagate. Il 41% di quel magazzino è però ritenuto irrecuperabile perché dovuto da soggetti falliti o morti, imprese chiuse, nullatenenti. Per altri 48 miliardi la riscossione è sospesa su richiesta degli enti creditori o dell’autorità giudiziaria oppure perché i debitori hanno aderito alla rottamazione delle cartelle. E 13,7 miliardi sono stati rateizzati. Restano, appunto, 448,9 miliardi. Di cui 364,7 su cui sono già state tentate senza successo azioni di recupero e 84,2 miliardi per i quali non è stato possibile avviarle a causa di norme a favore del debitore come l’impignorabilità della prima casa. Il fisco, insomma, conosce bene quei contribuenti e ha già provato a riscuotere. Ma, confermano Entrate e Riscossione a ilfattoquotidiano.it, non è in grado di dire se il debitore non paga perché non può o perché non vuole. I ruoli, infatti, non sono stati incrociati con l’Archivio dei rapporti finanziari che contiene i dati su decine di milioni di depositi, conti correnti e gestioni patrimoniali trasmessi da banche, Poste, intermediari finanziari, società di gestione del risparmio e assicurazioni. Ormai se ne parlerà quando il governo avrà stabilito i paletti da rispettare per accedere alla pace fiscale, compresi gli indicatori per valutare la “difficoltà economica”.

Diciotto anni per creare l’Anagrafe dei conti – Giusto un anno fa la Corte dei Conti aveva richiamato l’Agenzia delle Entrate per la mancata attuazione di “un chiaro disposto normativo” che prevedeva appunto la preparazione di liste selettive di contribuenti a maggior rischio di evasione da sottoporre a controlli attraverso, appunto, il tanto invocato incrocio delle banche dati. “A distanza di oltre cinque anni dall’obbligo di elaborare liste selettive, nessun contribuente è stato selezionato attraverso lo strumento dell’Archivio dei rapporti finanziari quale soggetto a maggior rischio di evasione, né è stata ancora avviata la fase sperimentale, sicché non v’è dubbio che la norma sia stata totalmente disattesa dall’Agenzia”, scriveva la magistratura contabile, concludendo che “non è mai stato utilizzato, né pare sia imminente, un utilizzo massivo dell’ingente mole di dati presenti nell’Anagrafe relativa alle disponibilità finanziarie“.
Del resto la storia dei controlli anti evasione è costellata di ritardi, imputabili ai vari esecutivi più che alle agenzie fiscali che sono al servizio del ministero dell’Economia. A stabilire la creazione di una “Anagrafe dei rapporti di conto e di deposito” fu il settimo governo Andreotti, nel 1991. Ma perché il decreto attuativo vedesse la luce ci sono voluti quasi dieci anni. E prima che un Archivio ad hoc venisse creato presso il Tesoro ne sono passati altri sei. Solo nel 2009 l’Anagrafe, che include l’archivio, è diventata operativa.

E l’analisi del rischio evasione parte solo adesso – Nel 2011, poi, il decreto Salva Italia di Monti per rafforzare l’Anagrafe dei conti ha disposto che banche e intermediari dovessero comunicare anche le movimentazioni dei conti correnti e di deposito non solo i dati identificativi dei titolari (di per sé, evidentemente, non molto utili per individuare i potenziali evasori). E l’Agenzia è stata incaricata di stabilire i criteri per elaborare le liste dei contribuenti “a rischio” a causa della discrepanza tra le consistenze e movimentazioni dei loro conti e le dichiarazioni dei redditi. Ma il provvedimento del direttore dell’Agenzia non è mai stato emanato. Fino allo scorso 31 agosto, quando sul sito delle Entrate sono comparse le disposizioni di Ruffini – che il nuovo governo ha sostituito con il generale della Gdf Antonino Maggiore – per il primo test della procedura di analisi del rischio. La sperimentazione partirà dalle società di persone e di capitali che per il 2016 hanno omesso la dichiarazione o ne hanno presentata una irrilevante nonostante sui loro conti correnti ci siano stati accrediti. Le aziende che corrispondono all’identikit verranno segnalate alle direzioni provinciali delle Entrate che valuteranno se sottoporle a controlli. Una trafila che richiederà molti mesi e certo non si concluderà in tempo per fornire informazioni utili per la messa a punto della pace fiscale.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Sei arrivato fin qui

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it e pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi però aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Diventa Sostenitore
Articolo Precedente

Manovra, anche Tria scommette sulla crescita: “Nel 2019 all’1,6. Non sfidiamo l’Ue, il giudizio sul deficit può cambiare”

prev
Articolo Successivo

Spread ai massimi dal 2014, ecco la sua corsa in scia alle esternazioni dei politici (e con gli acquisti Bce dimezzati)

next