‘Italiani brava gente’ deve essere il retropensiero dei politici di governo impegnati quotidianamente nella campagna mediatica sul reddito di cittadinanza. Le misure che dovrebbero rendere tangibile la politica del cambiamento in effetti possono essere proposte senza timore di sollevazioni popolari solo a una platea di brava gente. Se così non fosse, Di Maio e i 5Stelle avrebbero serissime possibilità di incorrere nell’ira furibonda di interi strati sociali che improvvisamente capiscono di essere stati irretiti da un pifferaio magico che li conduce verso il baratro. Diversamente dalla fiaba in versi di Marina Cvetaeva, l’ ‘Accalappiatopi’, che racconta del pifferaio che salva i figli dei bottegai del villaggio di Hameln dal pericolo dell’imborghesimento e dall’orrore della vita filistea, nella promessa di emancipazione e giustizia propagandata dal vicepremier pentastellato, non si rintraccia alcuna via per la salvezza.

Le masse di italiani che hanno votato 5Stelle con la speranza di ottenere in cambio un reddito di cittadinanza sono state ieri avvertite dal primo ministro in pectore Matteo Salvini: i soldi per le riforme arriveranno da tagli agli sprechi dei servizi pubblici e del welfare sanitario. Quando la coperta è corta, se la si tira da un lato per coprire le spalle, dall’altro è inevitabile si scoprano le gambe.

E così diventa ogni giorno sempre più evidente che Di Maio mosso dall’esigenza di preservare il consenso popolare, si è improvvisato giocatore delle tre carte. Il gioco delle tre carte praticato ancora oggi spesso a Napoli sui marciapiedi davanti alla stazione centrale è una truffa perpetuata ai danni di persone che si fanno affascinare dal miraggio di una vincita e di un vantaggio personale. Il gioco prevede una organizzazione molto articolata della messinscena. Sono necessari un tavolino, tre carte da gioco e quella che si definisce una “paranza”, ossia un piccolo gruppo di persone che affiancano il conduttore, detto “mastro di carte”. Il conduttore mischia con destrezza le carte e le fa scivolare più volte sul tavolino mentre chi partecipa al gioco deve indovinare dove è finita la carta. Solitamente uno o due membri della paranza – i cosiddetti “compari” – puntano del denaro e indovinano dove è posta la carta della cui posizione sono informati attraverso segni taciti dal conduttore. Gli altri compari creano intorno al tavolino un clima di sovraeccitazione che incuriosisce i passati e li spinge a fermarsi e partecipare al gioco. Di norma un altro componente della paranza fa il “palo” e se vede vigili o carabinieri avvicinarsi avverte i compari che velocemente spariscono tra la folla.

I passanti più sprovveduti, vedendo i compari vincere si fanno prendere dalla bramosia di portare a casa un facile incasso. Prima giocano pochi spiccioli e il conduttore cinicamente li lascia vincere. Poi euforici per la possibilità di aumentare la vincita, alzano la posta. Al momento opportuno, il palo o un membro della paranza inizia a urlare “ …’a polizia…’a polizia”…”. Nel parapiglia come per incanto, le carte spariscono, il tavolino si ripiega a libretto e i compari scompaiono tra la folla con il denaro scommesso dallo sprovveduto giocatore. Il gioco delle tre carte, all’apparenza molto semplice, è in realtà un raffinato esercizio psicologico che presuppone la presenza di un cinico conduttore, una banda di accoliti e una o più persone sprovvedute.

Come il gioco delle tre carte, anche la proposta del reddito di cittadinanza sta assumendo sempre più i tratti della truffa perpetuata ai danni di incapaci. I soldi per finanziare la misura non ci sono. Con l’introduzione della flat tax è assai improbabile si risvegli lo spirito imprenditoriale della nazione e venga generata nuova ricchezza. Quindi l’economia continuerà a crescere lenta, senza generare quell’occupazione che dovrebbe essere il terminale auspicato dei processi di erogazione del reddito di cittadinanza. Dunque le risorse per finanziare la riforma bisogna trovarle in altro modo. Ma siccome non si possono sforare i limiti di bilancio imposti dall’adesione ai trattati europei, l’unica strada è tagliare la spesa pubblica. E poiché non si possono toccare gli sprechi e le inefficienze che garantiscono i voti di clientela e le rendite che sono la vera causa del declino del paese, si propone il taglio della sanità e a seguire del sociale. Non risparmi come lascia intendere furbescamente Salvini, già largamente attuati raschiando il fondo del barile, ma veri e propri decurtamenti di risorse essenziali in un comparto che risulta paradossalmente tra i più efficienti al mondo dopo venti anni di cure da cavallo che hanno portato le strutture a operare in carenza cronica di risorse, poco personale e con macchinari obsoleti e da sostituire.

Alla fine, del reddito di cittadinanza rischia di rimanere così solo il sapore di un boccone amaro. Un bonus assistenziale che per essere finanziato obbligherà molte persone a spendere i pochi soldi incassati in servizi non più garantiti e a cercare di sopravvivere nella giungla del welfare privato che non a caso da più parti viene prospettato come alchemico antidoto alla crisi dello stato sociale.

Se Di Maio sia il vero conduttore del gioco delle tre carte, non è del tutto chiaro, perché forse è più di uno ad avere messo in atto la messinscena e sono tanti a avere interesse che essa sia portata a compimento. Così come non immediato è capire chi sono tutti i compari, chi fa il palo, chi distrae la folla per non fare vedere la dinamica dell’imbroglio. Su chi siano le vittime della truffa invece non abbiamo molti dubbi. Sono gli italiani che hanno votato ancora una volta, dopo quelle di Berlusconi e Renzi, le promesse di politici che stanno portando la nazione verso il dirupo.  O, come molti temono, che hanno già buttato l’Italia giù dalla scogliera.

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