Si chiama “Scuole sicure” il piano contro lo spaccio negli istituti scolastici messo a punto dal Viminale: 2,5 milioni per installare impianti di videosorveglianza, assumere agenti di polizia locale ed incrementare i controlli davanti ai cancelli. E solo in minima parte per campagne educative. Un’operazione lanciata dal ministro Matteo Salvini che il giorno dopo l’annuncio trova diviso il fronte dei genitori, dei presidi e degli operatori sociali. Da una parte chi “smonta” la strategia del Viminale dall’altra chi la ritiene un primo passo utile anche se coinvolgerà solo i maggiori centri urbani: Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Catania, Venezia, Verona, Messina, Padova e Trieste.

Secondo la circolare del Gabinetto del ministro, per accedere ai contributi, i Comuni dovranno presentare le loro istanze alle Prefetture entro il 20 settembre e la quota dei contributi destinati al pagamento delle spese correnti non dovrà superare il 50% del totale e di tale percentuale solo una quota sino ad un massimo del 10% potrà essere usata per finanziare campagne educative d’intesa con le scuole.

Il più arrabbiato è don Antonio Mazzi, fondatore della Comunità “Exodus” che da oltre 40 anni si occupa di tossicodipendenza: “Questa iniziativa non serve a nulla. Bisogna preparare meglio gli insegnanti. Dobbiamo cambiare le nostre scuole che hanno ancora le sembianze di collegi o caserme. La vicinanza dei docenti è più importante di qualsiasi altra cosa. Abbiamo riempito le città di telecamere facendo guadagnare milioni alle aziende che le producono. Finiamola di dare spazio a questo signore (Salvini, ndr). Lo Stato butta via 2,5 milioni per la repressione e ha le scuole che cadono. Si rende conto? Sono soldi buttati che servono alla propaganda di quest’uomo”.

Il prete che da anni sta accanto a chi finisce nel tunnel della droga non risparmia critiche nemmeno all’aspetto educativo: “Fare prevenzione come la si fa oggi non serve a nulla. È tempo perso. Va cambiata la scuola. Dobbiamo cominciare dal buttar via il concetto di aula, i banchi, la cattedra per creare le premesse necessarie alle relazioni”. A dar man forte a don Mazzi è Angela Nava, presidente del “Coordinamento genitori democratici”: “Mi stupisco che finora non sia intervenuto nessuno contro questo provvedimento. È’ chiaro che una telecamere di videosorveglianza registra dei fatti già avvenuti e non serve certo a prevenire. Non possiamo nemmeno pensare di mettere un agente davanti ad ogni scuola. Ci piacerebbe sapere il parere del ministro dell’istruzione Marco Bussetti. Dovrebbe essere aperto un dibattito nel Paese”.

Ma c’è anche chi come Antonio Affinita, direttore del Moige, il movimento italiano genitori, plaude all’iniziativa di Salvini: “È un primo importante passo nella lotta alle tossicodipendenze. Abbiamo gridato per molto tempo che si faceva poco su questa partita ora c’è un’inversione. Le scuole sono un colabrodo. Lo abbiamo verificato. Le telecamere all’esterno degli istituti possono solo dare più sicurezza. Ci auguriamo che il prossimo anno il Viminale apra un tavolo dove i genitori possano giocare un ruolo attivo”.

Anche sul fronte dei dirigenti scolastici i pareri si dividono. Lodovico Arte, preside dell’istituto tecnico per il turismo “Marco Polo” non brinda all’iniziativa di Salvini: “La lotta alla droga si fa con l’educazione prima ancora che con la repressione. Va fatto un lavoro nel profondo sulle ragioni per cui un ragazzo fa uso di sostanze o spaccia. Le risorse andavano meglio impiegate in progetti educativi seri. Non escludo la repressione ma faccio fatica a pensare che un ragazzo di 15 anni che viene beccato davanti alla scuola debba essere visto come un criminale. Quest’idea di mettere telecamere mi suona male”.

Arte non ne vuol proprio sentir parlare di videosorveglianza e di cani antidroga all’interno dell’istituto: “In ogni caso il controllo e l’intervento sui ragazzi a scuola va fatto nel rispetto del giovane che sbaglia. Ho la sensazione che i ragazzi sanno dove andare a trovarla. A scuola l’uso di sostanze è diffuso, lo spaccio non è così frequente”. E sulla prevenzione è sulla stessa linea di don Mazzi: “L’unica forma seria non è informare sulle sostanze. Il modo migliore per fare prevenzione è costruire un’alternativa. I predicozzi sull’onda di quello che c’è sui pacchetti di sigarette lasciano il tempo che trova”.

Diverso il parere di Mario Rusconi, vice presidente dell’Associazione italiana presidi: “È giusto e opportuno che vi siano telecamere all’esterno. Nessuno pensi però di piazzarle all’interno degli istituti. Siamo favorevoli anche agli agenti e ai cani antidroga purché vengano programmati con i presidi. Repressione e prevenzione devono andare di pari passo. Gli insegnanti da anni hanno messo in piedi una serie di progetti che ottengono anche dei risultati. La prevenzione non basta, serve un’opera di intelligente repressione”.