di Giancarlo Boero

In qualità di giovane tenente dell’Aeronautica Militare, mi sono spesso interrogato sull’utilità di un eventuale ritorno al servizio di leva. Il dibattito tra favorevoli e contrari non si è mai placato dall’emanazione della legge Martino. Anche se, ma questa è una mera sensazione personale, l’opinione generale in forza armata tende a ritenere corretta la decisione presa nel 2004.
Probabilmente ciò è dovuto alla condivisione del nuovo modello di difesa: ridimensionamento e specializzazione. Addestrare una nuova matricola, che dopo pochi mesi lascerebbe scoperto il proprio ruolo nell’organizzazione, implicherebbe mansioni di manovalanza o semplice, e spesso demotivante, addestramento formale. A tale problematica si aggiungono il nonnismo, le ragioni etiche e l’idea che espletare il servizio sottragga tempo utile al percorso di studio o lavorativo.

Che l’Italia non necessiti più di un esercito di massa è palese: la “minaccia” sovietica è roba del passato e le guerre odierne sono per lo più finanziarie ed informatiche. Pertanto l’idea di reintrodurre la leva appare anacronistica. Ora, però, facciamo un confronto dal punto di vista sociale. La realtà odierna paragonata a quella di fine anni 90/inizio anni Duemila. Le differenze sono enormi. Gli adolescenti di oggi si trovano immersi in una realtà virtuale che li sottrae rapidamente alla vita reale. Le conseguenze per chi ne abusa sono spesso preoccupanti e influiscono negativamente sulla capacità di un giovane di emanciparsi dalla famiglia. Se la maggior parte del proprio tempo viene dedicata alla “vita social”, a farne le spese sarà il coraggio di affrontare la vita reale.

I social consentono di presentarsi al mondo virtuale come meglio si desidera, permettono di commentare un post comodamente seduti ad una scrivania o sdraiati sul proprio letto, avendo tempo per riflettere sulla risposta che più ci aggrada e senza vivere sulla pelle le sensazioni che una determinata situazione, se vissuta davvero, implicherebbe. La quasi totalità dei commenti aggressivi che quotidianamente intasano i social vengono scritti in maniera vigliacca da persone che non oserebbero pronunciare neanche una parola di quelle digitate sulla tastiera. E a subirne gli effetti negativi è anche il mondo del lavoro. Se da un lato l’avvento dei social ha contribuito a creare nuove mansioni, dall’altro rischia di condizionare in maniera deleteria la volontà e la capacità di un giovane di accettare i rischi che la ricerca di un’occupazione nella vita reale comporta.

Una curiosa coincidenza vuole che il 2004 sia l’anno dell’emanazione della legge Martino e della fondazione di Facebook. Trascorrere alcuni mesi catapultati in una realtà completamente diversa da quella cui si è abituati, insieme a coetanei provenienti da ogni parte del Paese, uniti per affrontare piccole difficoltà, sarebbe una possibile soluzione e mi trovo d’accordo con il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, quando dice che “aiuterebbe molti ragazzi/e a uscire da se stessi e da quei maledetti iPhone”.

Probabilmente le forze armate dovrebbero subire una radicale trasformazione non solo strutturale, ma anche, e soprattutto, funzionale. L’art. 11 della Costituzione dovrebbe essere interpretato così come pretendevano i Padri costituenti, ripudiando la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. L’enorme volume di denaro investito in missioni che poco o niente hanno a che fare con il concetto di “pace e giustizia fra le Nazioni” (art. 11 Cost.) potrebbe essere reinvestito nel servizio militare/civile come aiuto sociale, al fine di rendere più concreto l’arduo compito della Repubblica di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3 Cost.).

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