La storia della Lumaca di Latta è lenta a morire, com’è naturale che sia. Nonostante l’incedere della tecnologia che rende tutto più semplice, immediato e soprattutto veloce. Nonostante il passaggio a nuove forme, la temeraria Citroën 2CV ha tagliato il traguardo dei suoi primi 70 anni, guardando lontano ai suoi ‘prossimi trecento’, come ebbe a dire già anni fa Jacques Wolgensinger, all’epoca Capo Comunicazione Citroën.

“Nell’auto devono entrarci due contadini con gli zoccoli, cinquanta chili di patate o un barilotto di vino, ad una velocità massima di sessanta chilometri orari con un consumo di tre litri per cento chilometri!”, questo il diktat che il capo del centro studi Citroën ricevette un bel giorno da Pierre-Jules Boulanger, l’uomo che nel primo dopoguerra risollevò le sorti dell’azienda.

‘Père Boule’ non era impazzito, piuttosto voleva dare ascolto a quella Francia contadina che non aveva i mezzi economici sufficienti per permettersi una Traction Avant ma aveva bisogno, al contempo, di un veicolo in grado di trasportare quanto più carico possibile e sulle strade più difficili. È così che naque la 2CV, anche se per farsi svelare al pubblico avrebbe dovuto aspettare ancora un po’: solo sul finire degli anni ’40, infatti, ci riuscì e in una veste leggermente diversa da quella con cui era nata. Via il singolo faro anteriore, via l’avviamento a manovella e a corda, la nuova bicilindrica mantenne però le tre marce, che Boulanger definiva “sufficienti”.

Così, finalmente, il 6 ottobre del 1948 la 2CV fece la sua comparsa al Salone dell’Automobile di Parigi: gli addetti ai lavori furono scettici, i parigini entusiasti. I primi modelli avevano un motore di 375 cc, diventato poi un 425 cc e infine un 602 cc. Nel 1960 la 2CV si presenta con due motori e diventa un fuoristrada 4×4 con soli 18 cavalli, nella versione denominata “Sahara”. Nel 1980 ‘si trasformò’ in Charleston, poi Transat, Dolly e Cocoricò: finché il 27 luglio 1990, lo stabilimento portoghese del Double Chevron fece uscire l’ultima bicilindrica Charleston. La fine di una produzione che – considerate anche le derivate – ha toccato quasi i 5 milioni di unità.