Conosco Saif, la mia guida palestinese, in un ristorante vicino Manger Square, la piazza principale di Betlemme. Il mio progetto turistico prevede una visita rapida ai murales di Banksy, che non ornano solo il muro ma anche altri luoghi quasi altrettanto deprimenti. Pompe di benzina, casottini dell’elettricità, rimesse per auto. Niente più di un tour soft-rivoluzionario che gli abitanti del luogo capiscono e non capiscono. Un po’ si lamentano della distorsione dell’immagine del muro (da strumento di oppressione a luogo “cult”), un po’ colgono l’opportunità per parlare a più persone possibile dalla loro causa, e per fare un po’ di soldi con le guide improvvisate.

L’hotel di Banksy in effetti lascia disorientato anche me, gli arredi mi ricordano le scenografie dei film di Wes Anderson; il museo interno sull’apartheid palestinese è kitsch come tutto il resto. Durante il tour parlo a Saif di Ahed Tamimi, la ragazza con i capelli biondi e con gli occhi azzurri di cui avevo letto prima di partire. Responsabile, con uno schiaffo a un soldato israeliano, non solo della propria incarcerazione ma anche, indirettamente, di quella della madre e di Jorit, l’autore del murale che la ritrae sul lato palestinese del muro. Se l’artista napoletano-olandese se l’è cavata con qualche ora di detenzione, per Ahed e la madre la condanna è stata di otto mesi, scontati fino al 29 luglio scorso.

A Saif si illuminano gli occhi, mi dice che conosce un parente della ragazza, forse uno zio, e che, se voglio, mi può accompagnare a incontrarla. Il giorno dopo partiamo in direzione di Nabi Saleh, dove vive la famiglia di Ahed, percorrendo le tortuose strade che portano a questo paesino a una ventina di chilometri da Ramallah, fatto di circa seicento anime e poco altro.

Per arrivarci ci vogliono due o tre ore di macchina, così dice la mia guida. Certo, sono solo una quarantina di chilometri da Betlemme, ma le strade per palestinesi non sono come le strade israeliane. Le strade israeliane corrono dritte, attraversano il muro e normalmente non ci sono controlli. Le strade per palestinesi sono tortuose, passano per le colline e girano tutte intorno agli insediamenti. Se hai la targa verde, non puoi passare su una strada riservata ai soli israeliani, anche se taglia in due la Cisgiordania. Se hai una targa verde devi mettere in conto che la tua strada possa essere chiusa da un momento all’altro, di rimanere imbottigliato nel traffico, di essere bloccato per ore per un controllo.

Attraversando il paesaggio brullo e arso dal sole, la parola più pronunciata da Saif è “settlement”. Mi indica ogni insediamento costruito dagli estremisti israeliani, sia prima che dopo la costruzione del muro. Un insediamento si fa così, dice: la mattina arrivano i coloni con i bulldozer, spianano un terreno, lo recintano e cominciano a portarci i container. Con il tempo i container diventano villette e l’insediamento cresce e comincia ad assomigliare a un posto normale in cui vivere. Certo, se si riesce ad abituarsi al filo spinato e alle torrette.

Arriviamo a casa Tamimi dopo aver sbagliato strada un paio di volte. La casa è una sorta di museo della resistenza. Cartelloni plastificati con i volti di Ahed e della madre Nariman giganteggiano nel piazzale, dove è stato allestito una specie di spazio dibattiti. Bassem è il capofamiglia, è lui l’organizzatore delle proteste nel villaggio, la vera anima politica della famiglia. È stato arrestato nove volte dalla forze israeliane e la sua casa è stata perquisita in innumerevoli occasioni.

Lo sguardo duro e una specie di broncio disegnato mi ricordano subito le foto che avevo visto di Alcide, il padre dei fratelli Cervi. Come Alcide, Bassem ha avuto molti martirii in famiglia, che non sono riusciti a cancellare la fierezza dal suo volto. Ci accoglie con dei dolcetti dolcissimi e del caffè. Ahed e la madre sono in un’altra stanza della grande casa; è in corso un’intervista con una tv araba e Bassem mi mostra con orgoglio la diretta streaming dal suo smartphone. Ne approfitto per parlare un po’ con lui e conosco Asia.

Asia è una ragazza di Alessandria che cammina a piedi scalzi per la casa, al primo saluto capiamo di essere entrambi italiani. Mi racconta un po’ di lei, del fatto che è stata sei mesi ospite dei Tamimi durante la scrittura della tesi e che è tornata da pochi giorni per salutare Ahed e la madre, finalmente tornate libere. Parla l’arabo e si offre per fare da facilitatrice al nostro incontro.

In uno dei cartelloni appesi alle pareti dell’ingresso c’è anche la foto di Janna, la cugina di Ahed che avevo visto nel documentario A Caged Bird Sings di Amanda Leigh Smith. Chiedo di lei e Asia mi dice che, quella che io ricordavo come la bambina di nove anni che documentava le proteste con la sua Canon, adesso è diventata una pre-adolescente ancora più combattiva.

Entra Ahed, le do la mano. La sua stretta è talmente debole che sembra di afferrare un guanto di seta. È stanchissima, sembra che non abbia fatto altro che parlare della sua storia da quando è uscita di prigione. Ci mettiamo in una specie di cerchio, insieme a Bassem e Nariman. Hanno tutti gli occhi chiarissimi e sono tutti molto belli, di una bellezza meticcia.

Una delle prime domande che faccio riguarda proprio il loro aspetto. Da qualche parte avevo letto le dichiarazioni della madre di Ahed sul fatto che la notorietà internazionale della figlia in realtà non fosse altro che il derivato di forma di razzismo. Nariman mi spiega che tanti palestinesi hanno sofferto come sua figlia ma che nessuno ha la popolarità di Ahed, e questo – mi dice – non può che dipendere da una sorta di identificazione, prima di tutto fisica, tra il pubblico occidentale e quella ragazza bionda, con gli occhi azzurri, che non porta il velo.

Guardandola in effetti si notano due cose, non sembra araba e non fa paura. È così diversa rispetto all’immagine che abbiamo dell’attivista palestinese che abbatte, al primo sguardo, tutti i preconcetti. È questa certamente la chiave di lettura più importante, ma non credo sia l’unico segreto della sua popolarità. C’è qualcosa di più e io sono così affascinato dalla sua personale forma di ribellione, fatta non solo di manifestazioni ma anche di social e video, che voglio capire meglio.

Se ci si imbatte in un video di Ahed o della cugina Janna su Youtube, è impossibile non notarne potenza narrativa e qualità nella realizzazione. Il linguaggio, il montaggio e le musiche sono utilizzati in maniera professionale. Il ritmo è incalzante e il messaggio arriva fortissimo allo spettatore. Ai lacrimogeni lanciati da equipaggiatissimi soldati israeliani non si contrappone mai lo spauracchio della guerriglia organizzata, ma spesso solo le urla di donne e ragazzi. Il lessico è scelto, e composto da parole come “pace”, “libertà”, “giustizia”. Il messaggio conclusivo è deciso ma sempre rassicurante.

In uno dei video c’è una parte di grande effetto in cui Ahed, con il sottofondo di una musica lenta e malinconica, dice pressappoco queste parole: “Da qui si vede il mare, è a soli 30 minuti da qui, ma a noi è proibito andarci”. Potentissimo. Ahed mi dice e che quello è “il suo” modo di combattere. Si resiste in molti modi, i video, l’uso dei social sono le sue armi. La loro lotta non è così diversa da quella del padre, che per nove anni ha organizzato, ogni venerdì, manifestazioni di protesta contro l’occupazione. Con la differenza che la tecnologia crea miti molto in fretta e, se usata con sapienza, fa si che il messaggio tocchi anche a migliaia di chilometri di distanza.

Come si può non empatizzare con questa ragazzina bionda? Anche se vivi dall’altra parte del mondo, anche se sei abituato a fare l’equazione arabo=terrorista, anche se della Palestina non ti è mai fregato niente e ancora non hai ben capito esattamente dove sia, è impossibile non essere dalla sua parte. In fondo Ahed vuole solo essere normale – questo dice nei video – vuole andare al mare, giocare a calcio, programmare il suo futuro, andare a visitare New York. In quel “normale” relativo, che è più un “come noi”, più un “in fondo vuol solo vivere come una ragazza occidentale”, forse sta il razzismo di cui parla Nariman, ma tant’è, funziona dannatamente.

Parliamo della prigione, mi racconta del freddo della sua prima cella, d’inverno. Dice di non essere stata picchiata ma minacciata in un luongo interrogatorio, mi racconta dell’autobus su cui l’hanno lasciata per dieci ore, legata mani e piedi. Poi mi parla di una detenzione normale ma dura, prima in isolamento e poi insieme a donne altrettanto determinate.

Per alleggerire le chiedo dove si vede fra qualche anno. Lei dice che il suo sogno, fin da piccola, è sempre stato quello di fare l’avvocato e che le piacerebbe specializzarsi nel diritto internazionale. Non le piace l’idea di lasciare la sua terra ma sta valutando l’idea di andare a studiare in Inghilterra. È incerta, ha paura che poi le neghino il permesso di ritornare a casa, dalla sua famiglia. Sente il peso della responsabilità di essere diventata un simbolo e vuole essere utile, ma ha proprio la faccia di quella che, almeno per un po’, vorrebbe solo essere lasciata in pace.

Parliamo ancora a lungo, della Palestina, di uno Stato che non è uno Stato, di Gaza, del muro, della mancanza di acqua, degli insediamenti, fino a che mi accorgo che non potrò mai capire fino in fondo questa folle area del mondo. Ho l’impressione di aver rubato anche troppo tempo a questa ragazza stanca, scatto una foto di Saif e Ahed che si abbracciano (che sul profilo Facebook della mia guida è già un successone, 230 like) e, assolte le cortesie di rito, me ne vado. Sento già un’irresistibile voglia di tornare, per capire un po’ di più.

@LoreRocchi

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