La velocità con cui, rubando il mestiere ai magistrati, i Benetton sono stati additati come i colpevoli della catastrofe di Genova, conferma l’unico tipo di dinamismo mostrato sino ad oggi, dal “governo del cambiamento”: la ricerca immediata di un capro espiatorio, dall’ “invasione dei migranti” al “complotto dei mercati”.

Detto ciò, c’è quasi una nemesi mediatica nel fragoroso silenzio di un’azienda che si è fatta conoscere a livello mondiale per i suoi spot su tragedie di ogni tipo: dall’Aids alla pena di morte, dalla guerra in Bosnia ai naufragi dei migranti. La finalità dichiarata di certe operazioni, ossia “richiamare l’attenzione su un problema” – che non bastò a placare la rabbia di alcuni parenti, ad esempio dei condannati a morte che sarebbero stati giustiziati poco dopo, quando il logo dell’azienda venne impresso da Oliviero Toscani a fianco dei ritratti dei loro congiunti – suscita ancora più domande in queste ore di fronte all’imbarazzante “afasia” dei Benetton di fronte a una catastrofe di dimensioni europee.

Sabato, per l’ennesima volta, è stato mandato allo sbaraglio il povero Stefano Marigliani, il direttore del tronco genovese dell’autostrada. Il meno telegenico, dal fare fantozziano, stretto nella cravatta e nel cappio del lessico aziendale, si è auto-immolato ancora una volta, con un coraggio da leone, ripetendo a La7 il mantra del “monitoraggio costante” del ponte e anticipando che la sua personale testa cadrà, insieme a molte altre, se l’Azienda accerterà delle responsabilità sulla manutenzione.

Si racconta che, dopo il fallimento dell’assedio di Vienna, il Pascià, al comando dell’armata turca, fu raggiunto da un messaggero a cavallo partito da Istanbul, che, inchinatosi, gli consegnò, su un cuscino di velluto, un nastro di seta con cui farsi strangolare da un famiglio. Sabato è avvenuto qualcosa del genere, in diretta tv. Ma nel paese che venera i “Capitani Coraggiosi”, da un leader della comunicazione mondiale come Benetton ci si aspetterebbe ben altro comportamento, magari ispirato ai giapponesi.

Dopo la catastrofe di Fukushima, il premier Naoto Kan si inchinò davanti alle telecamere dei tg nipponici dicendo che la responsabilità dell’incidente era del gestore, Tepco, ma anche del governo e si autosospese lo stipendio da primo ministro fino al giorno in cui sarebbe stato risolto il problema dell’impianto.

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