Come molti piemontesi sono in parte ligure (mia madre è cresciuta a Savona) e in più da diciotto anni insegno a Genova, città a cui mi sono affezionato per vari motivi. Per questo il disastro del ponte Morandi mi ha toccato particolarmente. Non voglio entrare in alcuna delle fin troppe polemiche – alcune sacrosante, alcune strumentali, altre ancora semplicemente vergognose – di questi giorni in cui bisognerebbe solo tacere per rispetto delle vittime e riflettere sulle cause. Ciò che mi ha più colpito nella lettura di molti articoli in questi giorni è l’avere appreso che questa e altre strutture costruite negli anni Sessanta sono ormai giunte alla fine dell’esistenza per cui erano state previste. Cinquant’anni. Un caso isolato può essere causato da un errore di progettazione, e comunque ci sarebbe stato tempo sufficiente per accorgersene, ma se non si tratta di un episodio sporadico, significa che abbiamo costruito ponti, strade, palazzi che dovevano durare cinquant’anni? Se è così, e molto probabilmente lo è, visto che a dirlo sono stati esperti del settore, il ponte Morandi diventa una perfetta metafora della modernità. Un’epoca dal respiro corto, che non riesce a pensare al futuro, appiattita sull’immediato, che spesso assicura forti guadagni.

Lo vediamo anche nell’approccio alla politica: nessuno oggi fa programmi a lunga scadenza, si ragiona nel breve arco che porta alle prossime elezioni, non di più. Nessuno pensa a fare ciò che si reputa giusto, ma solo ciò che si reputa conveniente. Il futuro è quasi scomparso e nemmeno il passato sta molto bene. Anche a causa della colonizzazione mediatica, che sempre di più segna le nostre vite, passato e futuro sono diventati piccole ancelle del presente: il primo è triturato da una valanga di informazioni di consumo veloce, dal fiato corto, ed è reso sempre più apparentemente inutile dalla rapida rivoluzione in corso; il secondo è vago, immerso in quella liquidità di cui parla Bauman, sempre meno incline ad accogliere mete da raggiungere.

Il presente, invece, ha assunto la forma di una cupola che ci sovrasta, nella quale sembra che investiamo la maggior parte delle nostre aspirazioni e delle nostre emozioni. Tutto avviene in fretta e si consuma, anche i legami appaiono spesso fragili ed effimeri. L’aggregazione tende a essere di breve respiro e senza prospettive, il presente ci assorbe sempre di più.

Il mercato impone regole sempre più strette, tempi sempre più rapidi, che ben si prestano allo sfruttamento. Quel ponte venne costruito nel corso del cosiddetto boom economico, quando la situazione non era ancora esasperata come adesso, ma una certa visione a corto raggio era già in voga a quel tempo, in cui non a caso nasceva la società dei consumi. Visione economicistica che con il passare del tempo si è espansa, portando a una progressiva privatizzazione delle infrastrutture, diventate fonte di guadagno sempre maggiori, che non si sono tradotti in maggiore investimenti, ma in guadagni netti, visto che la spesa per la manutenzione è diminuita.

Non riusciamo – o non vogliamo – più pensare al futuro, tutto deve essere consumato subito, immediatamente. L’obsolescenza programmata non solo è una realtà dell’oggi, ma scopriamo che forse lo era già cinquant’anni fa. Il che però non consola.

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