di Maurizio Donini 

Il bonus di 80 euro, introdotto dall’allora premier Matteo Renzi nel 2014, ha scatenato da subito una ridda di polemiche; si pensava oramai che la faccenda fosse archiviata, ma proprio in questi giorni il tormentone è tornato alla ribalta. Retrospettivamente ricordiamo che si trattava di un bonus indirizzato per la prima volta alle fasce meno abbienti della popolazione, applicato in maniera decrescente fino ad un tetto reddituale di circa € 25.000 annui. La sua formulazione particolarmente rabberciata ha da subito una serie di aggiustamenti, bastava un aumento contrattuale per obbligare il contribuente a restituire a fine anno parte o tutto il bonus ricevuto. Alla resa dei conti si evidenziò come il desiderato effetto di fare da volano alla domanda interna fosse fallito, nelle famiglie mono-reddituali il bonus andò ad alleviare la spesa corrente più che ad aumentare i consumi. La distribuzione ‘rozza’, calibrata sul reddito personale, fece sì che il bonus venisse in altri casi erogato ad un coniuge di una famiglia ad alto volume di entrate complessive, per il noto meccanismo della propensione al consumo inversamente proporzionale al reddito. Ma nemmeno così è servito a trainare la domanda.

Saltiamo di cinque anni, che paiono al momento due ere geologiche: il ministro Giovanni Tria, insigne e rigoroso economista, punta il dito sul bonus esattamente sulla sua costruzione assurda e sulla inutilità di contesto sul piano della domanda. Come mi disse il più grande economista italiano, il professor Fabrizio Onida, gli economisti fanno le proposte, i politici, legittimamente, le scelte; qui si innestano i partiti sia al potere che all’opposizione. Il vice-premier Di Maio, non proprio un vate economista, alza le barricate dichiarando che il bonus degli 80 euro non si tocca; a lui si unisce Matteo Salvini, presumibilmente come politico, non avendo il Ministero degli Interni competenze economiche. Il segretario del Pd Maurizio Martina non può che difendere a spada tratta il provvedimento dell’uomo forte del partito; il presidente del Pd, Matteo Orfini, arriva a dichiarare che “si sottraggono i soldi alle periferie”, dimenticando che il validissimo Istituto Cattaneo ha due mesi fa certificato come siano state proprio le periferie a tradire il suo partito.

Esaurita la parte storica e quella attuale rispetto un provvedimento che regalò a Renzi il 42% di voti alle Europee, analizziamo le alternative all’uso delle risorse che furono destinate al bonus. Al momento della sua definizione normativa Prometeia, il prestigioso think tank bolognese, pubblicò uno studio sugli effetti che gli 80 euro avrebbero determinato a seconda della destinazione. Approfondii l’argomento personalmente con la dottoressa Stefania Tomasini, chief economist di Prometeia, il responso fu preciso ed inappellabile. Se i fondi destinati al bonus fossero stati destinati alla riduzione dell’Irap avremmo avuto un effetto doppio, addirittura triplo se indirizzati al taglio del costo del lavoro. La differenza era tra l’effetto ‘mediatico’ immediato dell’erogazione brutale, rozza, ma diretta, degli 80 euro, e l’effetto molto maggiore e favorevole all’economia nazionale, ma i cui effetti si sarebbero dispiegati in un tempo medio e medio-lungo. Purtroppo l’orizzonte delle politiche economiche italiane va fino alla successiva tornata elettorale, in quel caso il Pd di Matteo Renzi non si comportò diversamente. Resta solo da augurarsi che il nuovo governo giallo-verde sia più avveduto, ma a quanto pare non è possibile nutrire particolari speranze in proposito.

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