La giustizia esige misura ma la storia della letteratura e della cultura dimostrano che l’essere umano è perennemente tentato dal desiderio di superare ogni limite, ogni regola, ogni senso della misura. Da Adamo ed Eva ed Edipo, sino ai nostri giorni; l’“ubris”, come chiamavano i greci il peccato di illimitata tracotanza, si insinua nel vivere comune e nelle istituzioni più sacre del vivere comune, su tutte l’amministrazione della giustizia.

La tragedia di Edipo non è la sua limitata interpretazione freudiana del desiderio del figlio per la madre. È un monito universale contro l’orgiastico desiderio di illimitatezza che l’essere umano ha in ogni campo in cui agisce; è la tracotanza vanitosa del sentirsi autorizzati a rompere i limiti della regola (il “metron” dei greci antichi). Questo peccato causa le più incredibili nefandezze. La giustizia – che dovrebbe essere l’emblema delle virtù della “giusta misura” -, essendo gestita da uomini, è anch’essa a rischio di mutazione edipica, trasformandosi in atti di volontà di potenza illimitata e ricerca di soddisfazione senza regole.

Un esempio è di questi giorni. Rosa Bazzi e Olindo Romano (come condannati) e Azouz Marzouk (come vittima) stanno lottando per capire se veramente la strage di Erba abbia avuto un esito giudiziario corretto; se i responsabili di quell’eccidio siano realmente coloro che hanno ricevuto la sanzione del carcere a vita. Ed ecco che una Corte della Repubblica italiana decide che sia giunto il momento, dopo un decennio dai fatti, di analizzare dei reperti, mai esaminati prima, tra cui alcuni indumenti che alcune delle vittime avevano quella tragica sera di dicembre del 2007.

Dopo un primo giudizio affermativo in tal senso, vi è stato un ribaltamento di fronte inaspettato: l’esame dei reperti non deve più essere svolto. Per dirimere la controversia è chiamata la Corte di Cassazione. Il Procuratore Generale dà parere favorevole al compimento dell’atto. Nel frattempo i reperti, ovviamente, debbono essere preservati e conservati. È di meno di un mese fa la notizia che la Cassazione ha respinto il ricorso che chiedeva di rinviare il procedimento davanti al giudice che avrebbe dovuto svolgere l’atto. Ma le motivazione della decisione, che potrebbero offrire nuove strade, non sono, a tutt’oggi, ancora state pubblicate.

In attesa di leggere il contenuto della decisione, i protagonisti del ricorso hanno reiterato una richiesta, come detto, già accolta e mai smentita: quella di non distruggere quei preziosi reperti che, forse, a distanza di anni, potrebbero ancora offrire degli spunti ricostruttivi. Ed ecco la tracotanza edipica, la vanità dell’illimitato che si insinua negli uomini e nella funzione che la collettività ritiene maggiormente equilibrata: la giustizia. Proprio quei reperti sono stati distrutti, in spregio alla Cassazione che doveva decidere, come ai condannati che chiedono giustizia.

È normale, anzi normalissimo, bruciare i corpi di reato quando sono rappresentati da “cose illecite” (si pensi alla droga sequestrata) ma non è pensabile distruggere elementi di prova che non sono mai stati analizzati. Tante volte, a distanza di anni, anzi decenni, vengono rifatte le analisi per “vederci più chiaramente”; basti pensare a casi noti quali gli omicidi del così detto “mostro di Firenze” o l’omicidio di via Poma a Roma. Nel caso della strage di Erba, a fronte di due decisioni di sospensione della distruzione dei reperti, si è cancellata – una mattina di luglio del 2018, qualche ora prima che la Cassazione si pronunziasse – ogni speranza di poter avere, oggi o domani, il materiale a disposizione, così da poter rivedere una decisione che ha condannato due persone all’ergastolo.

È il caso più clamoroso di giustizia che rende concrete le narrazioni di Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden o di Edipo della tragedia greca: la volontà umana di illimitatezza, contro ogni regola, divina o umana. È la dimostrazione che il mito biblico e la tragedia teatrale di Sofocle vivono, a distanza di duemila anni, in mezzo a noi e che l’illimitata tracotanza può colpire ciascun essere umano, in ogni momento, per poi riverberarsi (come il peccato della mela) sulla società intera.

Resta da scoprire se la “ubris” edipica scatenatasi contro i reperti da analizzare sia il segno dell’ineluttabilità del destino oppure preveda un contrappasso. In questo secondo caso, sempre se sarà destino, accadrà, nonostante tutto, qualcosa di inaspettato e quei reperti, distrutti e bruciati contro ogni ragionevolezza, faranno parlare qualche altra fonte di verità, allo stato sconosciuta.