Il Mediterraneo è a tutti gli effetti diventato un’autostrada per traffici illeciti, teatro di una vera e propria battaglia navale tra trafficanti e polizie internazionali. Uno dei terreni di scontro è il traffico di droga: dalla primavera del 2013 ad oggi il bilancio sono state fermate circa trenta navi, arrestate oltre 220 persone, sequestrati 430mila chili di hashish e 500 chili di cocaina, per un valore approssimativo al dettaglio di oltre 4,5 miliardi di euro.

Libeccio International – Sono i risultati dell’operazione Libeccio International, dispositivo a cui partecipa la Guardia di finanza italiana in collaborazione con le polizie europee e di alcuni Paesi chiave del Mediterraneo per fermare i traffici di droga che attraversano le autostrade del mare. Un mercato florido almeno quanto quello del traffico di esseri umani, seppur meno evidente. L’ultima operazione ha portato al sequestro di oltre 20 tonnellate di hashish e di 400.000 litri di gasolio, forse destinati al contrabbando. Lo fanno pensare le caratteristiche chimiche: non è gasolio che si può utilizzare in Europa.

Le rotte della droga e le Navi officine Le rotte della droga e del gasolio, spesso, sono le stesse che conducono i migranti verso l’Europa. E i gruppi criminali cercano di sfruttare le condizioni che si sono create in mare con la forte pressione migratoria dalla Libia. Nel giro di un paio di mesi, infatti, per due volte gli uomini della Guardia di Finanza in Sicilia hanno trovato trafficanti di droga e gasolio a bordo di imbarcazioni per assistenza e salvataggio in mare. “Navi officine”, finora poco utilizzate in operazioni illegali, capaci di adattarsi a diversi tipi di traffico e in cui è giustificata la presenza di molto carburante. È il caso della Remus, fermata nelle acque internazionali tra la Tunisia e l’Italia la notte tra il 31 luglio e l’1 agosto e della Quest, altra imbarcazione intercettata il 2 giugno scorso. “È normale che in questa stagione sia forte la presenza di imbarcazioni di questo genere – spiega Francesco Mazzotta, colonnello del nucleo di polizia economica-finanziaria della Guardia di Finanza di Palermo – Quello che ci ha insospettito, nel caso della Remus, è stata la rotta seguita dall’imbarcazione”.

Il caso Remus – Partita da Zelenika, sulle coste montenegrine, dopo una breve sosta in Sicilia, ha attraversato Gibilterra, per raggiungere Las Palmas, nelle Canarie. Dopo qualche giorno, è tornata indietro, con porto di destinazione Tuzla, in Turchia, via Alessandria d’Egitto. Uno dei percorsi classici dei trafficanti di droga. È scomparsa dai radar della Guardia di finanza, che già aveva cominciato il monitoraggio, proprio a largo del Marocco, il principale Paese produttore di hashish. Qui, infatti, è dove l’organizzazione si è rifornita, con un’operazione in grande stile durata in tutto 3 ore e mezza. Circostanza che fa pensare che ogni membro dell’equipaggio fosse parte dell’organizzazione.

Il possibile ruolo delle mafie italiane – Secondo quanto riscontrato finora con Libeccio International, tappa obbligata della rotta mediterranea della droga è Tobruk, in Cirenaica, la regione orientale della Libia. La “capitale” di Khalifa Haftar, il comandante che sfida il governo riconosciuto dalle Nazioni Unite a Tripoli. Il Parlamento di Tobruk, l’8 agosto, ha firmato un documento in cui dichiara l’ambasciatore italiano a Tripoli Giuseppe Perrone “persona non grata”. È in questo contesto che operano dei gruppi di miliziani che, spiega il colonnello Mazzotta, stoccano in depositi nascosti in zone desertiche la droga con cui si riforniscono organizzazioni criminali di tutto il bacino del Mediterraneo: “Sullo sfondo delle nostre indagini si intravede un’unica rete di collaborazione”, spiega il colonnello. La Guardia di finanza sta cercando di approfondire il possibile ruolo della mafie italiane: un elemento d’indagine è l’armatore della Remus, un italiano che dispone di una società di import-export a Hong Kong e una di navigazione a Riga, in Lettonia. Mentre la prima possiede la Remus, la seconda ne gestisce sia le rotte che la sicurezza a bordo. Ovvero qualunque cosa avviene sulla nave, l’armatore italiano tramite le sue due società ne è al corrente.

Il clan dei montenegrini – Secondo le analisi effettuate dalla Finanza con Libeccio International, di solito lo stupefacente dalla Libia segue la rotta desertica per l’Egitto, per poi risalire fino alla Turchia, dove invece via terra viene mandata verso l’Europa lungo la rotta balcanica. Probabilmente era il piano anche dell’equipaggio a bordo della Remus. Gli 11 arrestati sono tutti montenegrini che secondo il giornale serbo Blic farebbero parte del clan Skaljarski, attivo soprattutto nella zona di Kotor. L’affiliazione al clan, al momento, ancora non è stata confermata dalla polizia serba. Il clan Skaljarski è noto come importante attore nel narcotraffico. Nel 2014, a Valencia (Spagna), proprio a seguito della scomparsa di 200 chili di cocaina nascosta in un appartamento, è cominciata una faida con i rivali di Kavachsky. Una guerra che si sta portando dietro una lunga scia di sangue: i media ipotizzano che diversi omicidi tra Kotor, Belgrado e Novi Sad siano riconducibili a questa storia.

di Cecilia Anesi e Lorenzo Bagnoli