“In ragione della legge sulla quiescenza obbligatoria per limiti di età dei dipendenti pubblici, il mio contratto con lo Stato come direttore della Reggia di Caserta cesserà con il prossimo ottobre, in anticipo di un anno rispetto alla scadenza indicata. Peccato”. Mauro Felicori, lo one man show della Reggia di Caserta ha annunciato il suo addio. Lo ha fatto su Facebook come ormai consuetudine consolidata per politici e personaggi di grido.

Così, appena la notizia è stata ripresa da quotidiani ed agenzie giornalistiche, ecco l’onda lunga di commenti. Di elogi sperticati “per il gran lavoro fatto”. Commenti che si sono aggiunti a molti post sui social. A partire da quello di Paolo Giulierini, Direttore del Parco archeologico dei Campi Flegrei, che ne parla come “un manager di altissimo profilo che sta dando lezioni a tutti noi su come si può rilanciare un sito culturale e su come sia possibile creare straordinarie connessioni con il territorio. Con lui la Reggia di Caserta ha registrato numeri da capogiro e una visibilità nazionale ed internazionale senza pari”. Un mix di complimenti e ringraziamenti. Compresi quelli del presidente del Pd campano e consigliere regionale Stefano Graziano, secondo il quale “già oggi possiamo dire, senza timore di smentita, che in tre anni Mauro Felicori ha fatto un lavoro straordinario per il rilancio della Reggia di Caserta, tornata ad essere una delle tappe irrinunciabili per i turisti che arrivano nella nostra regione”. Insomma, un plebiscito per il direttore. In realtà quasi un plebiscito. Perché non va proprio a meraviglia.

E’ vero che gli ingressi sono cresciuti. E’ inequivocabile. Il passaggio dai 497.197 del 2015 ai 683.070 del 2016 fino ai 838.654 del 2017 lo attesta. Di questo il direttore nominato dal ministro Franceschini si fa vanto. Ne ha rivendicato orgogliosamente la positività. Una crescita dell’afflusso turistico che ha riguardato anche le domeniche gratuite. In quelle occasioni, soprattutto in estate e primavera, il boom è stato da record. Visitatori ovunque. Nei giardini, non di rado anche a fare pic-nic e, naturalmente negli interni. Quanto questo sovraffollamento, a volte incontrollabile, abbia comportato pericoli per la salvaguardia della Reggia sono stati in molti ad evidenziarlo. Così, ad esempio, ad ottobre 2017 i sindacati hanno denunciato danni agli appartamenti storici. Danni smentiti da Felicori. Ma a prescindere dai singoli casi è più che evidente che la Reggia, come qualsiasi altri luogo della cultura storico, soffre la quantità di persone. Se non altro perché la vigilanza non può essere in grado di assicurane l’integrità.

A proposito del personale addetto alla vigilanza non può ignorasi il problema ad esso connesso. Quello del corretto svolgimento delle sue mansioni. Giusto lo scorso 25 luglio sei custodi accusati di aver timbrato in più occasioni il cartellino per poi allontanarsi dal posto di lavoro, sono stati licenziati. Senza attendere il processo. Licenziati dal ministero dei Beni culturali, in applicazione della legge Madia. Commentando all’Ansa la misura Angelo Donia, responsabile della Uil-Pa si chiedeva “come mai la magistratura si sia accorta di questa situazione, mentre l’amministrazione no” .
Perché un problema del personale alla Reggia esiste. C’è ancora nonostante il triennio Felicori.

Non è solo questo ad offuscare il governo del direttore maximum, per molti. C’è il suo “piano” di fare della Reggia una sorta di brand. “Il nostro obiettivo è quello di legare il nome della Reggia a produzioni di qualità … Così, il brand diventerà, sempre di più, sinonimo di qualità e di eccellenza, e i prodotti porteranno in giro per il mondo l’immagine e la magnificenza del monumento stesso”, diceva il deus ex machina della pubblicizzazione dell’immagine del monumento. Niente di improvvisato. Tutto studiato. Così ecco una serie incredibile di iniziative. Come il progetto “Reggia collection” d’intesa con il presidente della casa di moda Vodivì srl di Spoleto, Luciano Lauteri, a luglio 2016.

Una collezione di pelletterie ispirata alle testimonianze artistiche del Monumento vanvitelliano. Come “Amarè”, un amaro naturale ottenuto dall’infusione di erbe ed essenze selezionate nel “Real giardino inglese”, a giugno 2017. A produrlo, l’azienda casertana Antica distilleria petrone, vincitrice dell’avviso pubblico che consente di utilizzare in esclusiva per quattro anni il marchio Reggia di Caserta. Prima, dopo e durante gli spazi della Reggia a disposizione di chi poteva permettersi di celebrare il proprio matrimonio oppure una convention in un luogo così “suggestivo”. Magari in orari di apertura, così da privare il “normale” visitatore della fruizione completa della Reggia. In tempi di commercializzazione di aree archeologiche, musei e palazzi storici può sembrare un particolare trascurabile. Peccato che non lo sia.

Rendere un luogo della cultura come la Reggia più attrattivo è un merito. Trasformarlo in una sorta di centro commerciale non lo è. Ma non per uno snobistico ideale di cultura riservata a pochi, come i fan di Felicori sostengono. Bensì per il tentativo di renderlo fruibile a Tutti, conservandone però le su prerogative. Insomma quelle che ne fanno un unicum al mondo. Non replicabile.