Flat tax e reddito di cittadinanza partiranno già nel 2019, perché “per rassicurare investitori e famiglie non bisogna rinviare le riforme strutturali, ma dare certezze sulle prospettive, e dimostrare che il Paese è in grado di crescere“. Intenzioni già note del governo e avallate dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria, in un’intervista al Sole 24 Ore: “Sono stato io a rassicurare i colleghi sul fatto che l’avvio delle misure principali del contratto di governo è compatibile con i vincoli di finanza pubblica, non viceversa”, puntualizza. Ma di “avvio” si parla, appunto. Una gradualità che punta ad evitare scossoni sui mercati, anche se il titolare del Tesoro smentisce che “ora ci sia una ‘fuga’ dai titoli italiani“: “Ci sono piuttosto operazioni su futures e cds e ad agosto, quando i mercati sono più sottili, bastano anche piccoli movimenti per dare fluttuazioni di prezzo”. Quanto allo spread, “è influenzato da vari fattori”: “Il rallentamento dell’economia” e “una maggiore incertezza sul futuro” che “spinge gli investitori su titoli più sicuri”.

L’antipasto di flat tax dovrebbe prendere la forma di “un aumento delle soglie per il regime forfettario“. Allo studio c’è il raddoppio dell’attuale tetto massimo di 50mila euro di introiti sotto il quale partite Iva, professionisti e artigiani possono già oggi accedere a una “tassa piatta”, nella forma di un’imposta sostitutiva del 15 per cento. Lo stesso vale per il reddito di cittadinanza, da attuare progressivamente e in forma semplificata rispetto alle “proposte di legge presentate nella scorsa legislatura che prevedevano un sistema amministrativo estremamente complesso”. E le entrate? “La pace fiscale è certamente in campo – conferma Tria – ma le cifre sono al momento premature”. Le ultime stime, fa notare il Sole 24 Ore, parlano di un gettito di circa 3,5 miliardi per il primo anno.

“Con ‘avvio’ della flat tax va inteso un percorso progressivo di convergenza verso l’obiettivo indicato dal programma”, spiega il ministro. Il progetto a cui sta lavorando il Mef è di fatto la trasformazione dell’attuale regime forfettario in una flat tax al 15% per le piccole imprese. L’ipotesi prevede infatti “l’aumento delle soglie” fino a 100mila euro per i commercianti, estendendo quindi la platea di chi può accedere a quella che di fatto già è una tassa piatta. “È sicuramente un passo possibile – conferma Tria – che produce anche un rilevante effetto di semplificazione degli adempimenti a carico delle attività economiche più piccole”. Il costo della misura sarebbe di 1,7 miliardi di euro.

E le coperture “devono arrivare da un riordino profondo delle tax expenditures, che finora non è stato fatto perché è realizzabile solo se accompagnato da una riduzione delle aliquote generali”, afferma il titolare del Mef. Oltre alle agevolazioni e alle esenzioni fiscali, in discussione c’è anche il bonus Renzi da 80 euro: “Va rivisto con la garanzia che nessuno perda nel passaggio dal vecchio al nuovo. L’obiettivo è di definire la distribuzione dei benefici e di modulare di conseguenza l’intervento sulle tax expenditures”, spiega Tria, specificando che si tratterà di un lavoro “complessivo“. Poi alla voce misure che producono entrate c’è anche la pace fiscale, come conferma Tria. Lo stesso ministro qualche settimana fa aveva però smentito le cifre annunciate dal senatore della Lega Armando Siri, parlando di una “base aggredibile limitata a 50 miliardi di euro” che fa scendere il gettito stimabile.

Il ministro al Sole 24 Ore non vuole dare cifre, ma le ultime stime si attestano intorno ai 3,5 miliardi. Entrate che servirebbero a coprire, l’anno prossimo, il costo dei primi passi della flat tax e anche i due miliardi ipotizzati per rilanciare i centri per l’impiego in ottica reddito di cittadinanza. “Le elaborazioni che stiamo costruendo – precisa Tria – sono molto più complesse”. Per il titolare del Mef non può essere seguita la strada della proposta di legge a prima firma Nunzia Catalfo, finora punto di riferimento del modello voluto dal M5s: servirebbero “anni per portare gli euro nelle tasse di chi ne ha bisogno”. “Il reddito di cittadinanza – continua il ministro – ingloberà l’attuale reddito di inclusione, ma anche altri meccanismi di sostegno alle fasce deboli che sarebbero assicurati dal meccanismo universale“.

Tornando alle coperture, l’altro grande capitolo è la spesa corrente. Il congelamentoè complicato – ammette Tria – ma occorre andare in quella direzione”. I tagli servono, ma non saranno “su sanità, scuola e ricerca”. Il ministro comunque assicura che “il percorso di riduzione del debito non è messo assolutamente in discussione”. “Per superare la sfiducia dei mercati finanziari – spiega – bisogna dimostrare di avere un’economia che cresce”. Per quanto riguarda il confronto con Bruxelles, il ministro si dice “fiducioso sulla possibilità di evitare una correzione che frenerebbe troppo la crescita”.

Sulle clausole di salvaguardia, Tria smentisce le ipotesi di un aumento selettivo dell’Imposta sul valore aggiunto solo su alcuni beni: “Tutte le simulazioni su cui lavoriamo si basano sul mancato aumento dell’Iva“. “Stiamo studiando anche gli interventi previdenziali – dice sulle pensioni e l‘ipotesi della “quota 100” con almeno 64 anni di età o della quota 41 (almeno 41 anni di contributi) – con il vincolo che non incidano in modo troppo pesante sulla curva della spesa a medio e lungo termine“.