Devo ammettere che l’editoriale di giovedì di Marco Travaglio mi ha lasciato tra il perplesso e l’attonito.

Editoriale centrato sul tema della frattura che sta allargandosi in Italia nel dibattito che verte su ripetuti episodi di intolleranza a carico di stranieri, o di criminalità addebitabile a persone giunte in Italia nella condizione di clandestini. Per esclusiva comodità di argomentazione Travaglio utilizza i termini buonista e cattivista attribuendo a tale dibattito la qualifica di derby tra opposte fazioni che nulla porta, in termini di valore aggiunto al fenomeno, al contrario, complicandolo.

Scrive Travaglio: “Alle paure irrazionali della gente semplice per chiunque è diverso, gli uni rispondono cavalcandole con slogan razzisti e annunci securitari perlopiù irrealizzabili, gli alti esorcizzandole con argomenti numerico-razionali. I dati smentiscono l’invasione, gli sbarchi sono in calo, i reati di strada sono in diminuzione… col risultato di fare incazzare ancor di più chi vive ogni giorno al contatto col disagio e si sente, oltreché abbandonato, pure sbeffeggiato…” .

In pratica, Travaglio pone sullo stesso piano due argomenti che hanno valenza profondamente diversa: il primo, quello del cattivista, rappresenta e proietta una legittima posizione politica. Il secondo, ad opera dei buonisti, illustra ciò che dicono le ricerche di stimati centri studi, e sono fatti, non percezioni od impressioni. Se si volessero contrastare le risposte dei buonisti si dovrebbe commissionare una ricerca che nei numeri contraddica le precedenti, illustrandone la bontà della metodologia e la serietà dei ricercatori. Opporre ad una ricerca (un fatto) una posizione politica al fine di non “fare incazzare ancora di più” chi, sulla propria pelle vive una realtà diversa (una percezione relativa), pare debole dal punto di vista argomentativo e metodologico ma soprattutto pare contraddire ciò che Travaglio ha sempre sostenuto in merito al suo fare giornalismo: raccontiamo fatti.

A rinforzare questa sua bizzarra convinzione per cui i fatti vanno taciuti perché altrimenti il cittadino si incazza, la chiosa dello stesso articolo: “Sentono Salvini invocare più armi per tutti e applaudono. Poi ascoltano il solito trombone di sinistra snocciolare statistiche sul calo dei reati, spiegare che la giustizia fai da te è una brutta cosa… e quel formicolio che già sentivano alle mani non se ne andrà mai più”.

Quindi alla propaganda di un governo, al fine di non interferire rendendo furiosi in maniera stabile i cittadini, le possibilità per una opposizione si riducono a dare ragione al governo. Magari introducendo la possibilità che le pistole siano ad acqua, perché un paese armato porterà sollievo dal formicolio, ma rischia di produrre danni molto più gravi.

L’assurdità della tesi di Travaglio, nel comparare fatti a posizioni politiche, se poi applicata in altri settori, egualmente divisivi che hanno creato dibattito nel nostro paese, porterebbe, ad esempio, a dare credito a Carlo Giovanardi e alla teoria dei “buchi nel cervello” sul presupposto che le preoccupazioni di tantissimi genitori sulla cannabis, sono preoccupazioni reali e concrete. Impermeabili alla realtà dei fatti ovvero che la scienza non ha mai individuato la correlazione con la cannabis quale causa di “buchi nel cervello”, invece di spiegare a quella madre disperata che la teoria di Giovanardi è pura scemenza, si dovrà darle piena ragione perché altrimenti il rischio è che si alteri ancor di più.

In realtà, il valore aggiunto in un dibattito di un paese civile dovrebbe darlo la stampa. Ma se la stampa arriva a simili conclusioni mi pare chiaro che la dimensione diventa quella della propaganda dura e pura. E’ la stampa che dovrebbe, rifacendosi alle ricerche, smorzare i toni dicendo ciò che le ricerche ci dicono. E’ la televisione che invece di esacerbare gli animi dovrebbe preoccuparsi di rendere la convivenza civile.

I fatti ci indicano che i reati sono in calo, che gli sbarchi sono in diminuzione, che l’invasione non esiste.

E’ il cittadino a dovere rivedere le proprie posizioni, non chi cita questi dati. Se questo non è chiaro ad uno dei giornalisti più preparati, non vi è alcuna speranza per questo paese.

La risposta del direttore, Peter Gomez

Caro Achille,
pubblico volentieri il tuo commento totalmente negativo all’editoriale di Marco e ti rispondo personalmente perché in questo caso condivido riga per riga quanto scritto dal direttore de Il Fatto di carta. Il derby tra cattivisti e buonisti, lo ammetti anche tu, esiste. E qui secondo me non si tratta di schierarsi con gli uni o con gli altri, ma semplicemente con la verità e con il buon senso. Farlo non significa mettere i due fronti sullo stesso piano, ma spiegare come stanno in questo momento le cose.

Ovvio sappiamo bene che tra i cattivisti si nascondono pure dei razzisti. Ma quelli non sono oggetto di dibattito. Vanno condannati punto e basta. Cosa che, come tutti i lettori sanno, Il Fatto Quotidiano e ilfattoquotidiano.it hanno sempre fatto.

E veniamo quindi a quelli che considero dei tuoi errori.

È per me incontestabile che chi ha subito un crimine, o ha visto gli spacciatori nel suo quartiere affrontarsi a colpi di macete o ha subito un tentativo di violenza, se sente qualcuno dirgli di stare tranquillo perché le statistiche segnalano un calo dei reati, vada su tutte le furie. Non solo perché l’esperienza personale lo ha comprensibilmente scosso. Ma anche perché è sbagliato pensare che i grandi numeri da soli bastino a spiegare ciò che accade.

Da sempre i politici di qualunque colore si aggrappano alle statistiche come gli ubriachi ai lampioni, più per sorreggere le loro tesi che per illuminare la realtà. Ed è cosi anche in questo caso. Perché, per essere seri, dobbiamo guardarle bene queste statistiche. È vero che i reati diminuiscono e che diminuiscono in particolare omicidi e le rapine. Ma come spiega bene Maurizio Barbagli, uno dei maggiori esperti italiani, se non ci si limitata a osservare quello che accade da un anno all’altro, ci si rende conto che mezzo secolo la curva dei furti e delle rapine in casa sale. Cioè dei reati che maggiormente ci rendono insicuri.

Nell’ultimo periodo, proprio perché allarmati da questo fenomeno gli italiani, spiegano gli esperti, hanno aumentato la loro spesa in antifurti, porte blindate e metronotte, e anche per questo di recente le cifre sono un po’ migliorate. Ma come ovvio che sia non è diminuita la sensazione di insicurezza. Perché, ad esempio, i furti che erano un milione e 400 mila nel 2008, nel 2016 sono calati solo a un milione e 200 mila, con una diminuzione del 13 per cento che nei fatti, visti i numeri assoluti, è quasi impercettibile.

Inoltre la situazione cambia da zona a zona. Tanto che in sole quattro provincie italiane (Milano, Roma, Torino, Napoli), si commettono il 30 per cento dei reati. Per questo la percezione dell’insicurezza nelle aree metropolitane è altissima. Per questo a sentirsi più insicuri sono i ceti più umili che in genere vivono ai margini delle città.

Vi è poi un altro fatto che segnalano le statistiche. E che se non commentato potrebbe portare acqua addirittura alle tesi non dei cattivisti, ma dei razzisti.
Gli stranieri delinquono in media 6 volte più che gli italiani. Trenta volte in più lo fanno gli immigrati irregolari. Quattro volte in più quelli regolari. Ovviamente questo non avviene a causa del loro colore della pelle o della loro religione. Il tutto è causato dalle loro condizioni economiche e culturali e dalla loro età, in media più giovane di quella degli italiani. Come è noto i tassi di devianza sono ovunque maggiori nelle fasce più giovani e povere della popolazione. È vero che l’aumento dei reati da parte di immigrati non va di pari passo con l’aumento della loro presenza sul nostro territorio. Ma questo per il cittadino non credo che sia una consolazione.

Vedi per questo delle statistiche si deve tenere conto, ma sapendo sempre che da sole non spiegano tutto e che sopratutto non si può dire, come fai tu “è il cittadino che deve rivedere la propria posizione” perché i numeri raccontano altro.

Certo, il problema sicurezza e il problema immigrazione non sono il primo problema di questo paese, ma sono uno dei problemi. Negarlo secondo me non serve. E non serve nemmeno accusare la rete o le televisioni di portare in tutte le case notizie di cronaca nera che finiscono per impressionare i cittadini. Serve invece fare qualcosa per migliorare la situazione.

Per questo qui noi da sempre chiediamo due cose: un migliore stato sociale (cosa che serve anche a ridurre le guerre tra poveri) e, per chi delinque, pene certe da scontare, almeno nella fase iniziale, in strutture carcerarie che non siano come oggi inadeguate o addirittura inumane. Strutture dove, grazie al lavoro e i percorsi di riabilitazione, il condannato abbia una reale possibilità di essere recuperato. Ma vanno aboliti gli automatismi: non può essere che per un detenuto, nella quasi totalità dei casi, un anno di carcere duri sette mesi o che quando si viene condannati a meno di quattro anni troppo spesso non si vada in carcere. Se la vittima di un reato scopre che chi ne è stato autore è in libertà nonostante una precedente recente condanna, è ovvio che perda le staffe. E cominci a maturare sentimenti (per usare un eufemismo) cattivi.

La vera chiave però è lo stato sociale. Ti faccio un esempio tra mille. Se una persona vive in una casa popolare e vede che l’appartamento al suo fianco non è stato assegnato a sua figlia, ma a degli stranieri arrivati qui cinque anni fa, è facile che se la prenda con loro e non con chi negli ultimi 30 anni non ha fatto pressoché nulla per l’edilizia popolare. Se poi nell’appartamento al suo fianco, dopo l’assegnazione, i vicini ospitano pure i cugini e alle 5 mezzo del mattino il loro sciacquone comincia a far rumore perché tutti vanno al lavoro, è probabile che la cosa finisca per far diventare (ingiustamente) quell’italiano razzista.

E qui nasce il derby. Perché i protagonisti continuano a rinfacciarsi singoli episodi, crimini commessi da immigrati o episodi di razzismo spesso vero o qualche volta falso. Senza riflettere un secondo. Straordinario in questo senso è stato il tweet di Renzi che prima di capire cosa stesse accadendo se l’è presa con gli “schifosi razzisti” che avevano tirato un uovo alla nostra connazionale Daisy, salvo poi scoprire che si trattava di un gruppo di pericolosi dementi che li tirava un po’ a tutti (e tra i dementi vi era pure il figlio di un politico locale del Pd).

Ovvio, le frasi razziste di altri politici, a partire da quelle di marca leghista, sono più gravi (anzi fuorilegge). Ma scivoloni del genere fanno lo stesso un danno: perché creano nella gente la convinzione di non essere davanti a una battaglia di civiltà, ma semplicemente davanti all’ennesima polemica politica.

Per chiudere solo un cenno sull’immigrazione. È vero che nell’ultimo anno e mezzo gli sbarchi, per i motivi che tutti conosciamo, sono clamorosamente diminuiti, e che questo porta sostenere l’inesistenza dell’emergenza immigrazione. Un anno e mezzo fa però, e per tre anni, gli sbarchi contavano più di 150mila persone l’anno. Non un problema se si guardava ai singoli dodici mesi. Una questione enorme invece se osservata in prospettiva. In Africa ci sono 180 milioni di persone che compiranno 18 anni nei prossimi 36 mesi. Molte di loro legittimamente aspirano a una vita migliore. E tenteranno di venire in Europa.

Per questo anche qui, secondo noi, entrambe le posizioni “accogliamoli tutti” “respingiamoli tutti” sono solo propaganda da cui un giornale, sia il mio che quello di Travaglio, è giusto che si sottragga. Proponendo, come facciamo costantemente, soluzioni diverse. Perché se non lo si fa, si finisce sì per alimentare il razzismo. Quello che né io, né te, né Marco, vogliamo.