La nostra miserevole politica, ridotta a chiacchiera da bar sport (nella nuova versione 2.0 dei social), si eccita da tre giorni attorno a un miserevole dibattito: chi fa il tiro a segno con le uova su una donna di colore è un razzista o una brava persona? La tesi “brava persona” non la sostiene apertamente nessun politico né commentatore, anche se sulle pareti dei cessi pubblici 2.0 (sempre i social) c’è chi riesce a scrivere questo e altro. La tesi “razzista” la sostengono i politici e i commentatori anti o non governativi, per additare come mandante morale chi il governo, chi Salvini, chi il M5S, chi i brutti tempi che viviamo (signora mia). Invece i leghisti, dal ministro dell’Interno in giù, dichiarano – bontà loro – che non stia bene fare il tiro a segno sulle persone, però il razzismo non c’entra mai, anzi non esiste proprio, nemmeno quando si guardano allo specchio, neppure se ogni giorno c’è qualcuno che fa il tiro a segno su chi ha la pelle scura. Poi ci sono gli unici titolati ad accertare cos’è accaduto: i carabinieri e la Procura (il cui capo Armando Spataro non è sospettabile di filosalvinismo o di indifferenza ai reati di stampo xenofobo, avendo appena lanciato un allarme sul tema ed essendosi beccato le rampogne del garrulo vicepremier): al momento – spiegano – l’aggravante del razzismo al reato di lesioni non regge perché la “banda delle uova” che ha aggredito Daisy Osakue aveva già fatto altrettanto con un paio di vecchietti e un gruppo di donne di pelle bianca.

Dunque per ora – aggiungiamo noi – quel che è certo è che si tratti di una gang di monumentali teste di cazzo e di colossali pezzi di merda, che vanno assicurati al più presto alla giustizia, in attesa di conoscere il loro movente (sempreché ne abbiano uno: il movente presuppone un cervello). Gentaglia che non ha certo atteso la nascita del governo giallo-verde (sempreché ne abbia avuto notizia) per colpire: basta scorrere le cronache nere degli anni scorsi per scoprire – si fa per dire – che le spedizioni punitive contro neri e immigrati erano all’ordine del giorno anche quando governavano i sinceri democratici: quelli che fanno nove tweet al giorno contro il razzismo senza se e senza ma, specialmente quando c’è di mezzo una vittima famosa; e poi naturalmente non muovono un dito contro la tratta degli africani, i ghetti alla Rosarno, i campi rom abusivi e lo schiavismo nei campi del Sud e nelle vigne del Nord. Il guaio di questo eterno derby fra opposti cretinismi sull’immigrazione e sulla sicurezza è che “cattivisti” e “buonisti” si elidono in una somma zero che non risolve alcun problema, anzi li complica tutti.

Alle paure irrazionali della gente semplice per chiunque è “diverso”, gli uni rispondono cavalcandole con slogan razzisti e annunci securitari perlopiù irrealizzabili, gli altri esorcizzandole con argomenti numerico-razionali: “i dati smentiscono l’invasione”, “gli sbarchi sono in calo”, “gli stranieri servono alle imprese e alle famiglie”, “i reati di strada sono in costante diminuzione”. Col risultato di far incazzare ancor di più chi vive ogni giorno a contatto col disagio e si sente, oltreché abbandonato, pure sbeffeggiato: perché le statistiche nazionali non corrispondono alla sua esperienza di vita quotidiana.

Ieri, a Tiezzo di Azzano Decimo (Pordenone), un 28enne del Burkina Faso con regolare permesso di soggiorno ha aggredito l’autista di un bus e accoltellato un carabiniere accorso a difenderlo. Poi gli altri militari l’han fermato per lesioni aggravate, violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Si è così scoperto che il tizio era già stato arrestato per gli stessi reati un mese fa, il 28 giugno: processato per direttissima, aveva patteggiato 9 mesi di carcere ed era stato subito liberato. Notoriamente, in Italia le pene inferiori ai 4 anni non si scontano in carcere, ma ai domiciliari o ai servizi sociali, e non consentono neppure custodia cautelare.

Ora, mettiamoci nei panni dei due italiani aggrediti: se le pene scritte nelle sentenze fossero una cosa seria, cioè se “9 mesi di reclusione” (fra l’altro patteggiati dallo stesso imputato) significassero davvero “9 mesi di reclusione” e non l’immediata liberazione, il tizio sarebbe in galera per la prima aggressione e non avrebbe potuto perpetrare la seconda, così i due si sarebbero risparmiati l’uno le botte e l’altro le coltellate. Mettiamoci ora nei panni dell’immigrato: immaginiamo la faccia che ha fatto quando il gup, dopo averlo condannato, gli ha comunicato che era libero di tornare a casa e, volendo, di ricominciare (cosa che puntualmente ha fatto). Avrà sgranato gli occhi. Avrà chiesto conferma all’avvocato d’ufficio (“Sì, caro, in Italia si usa così: prima ti condannano e poi ti mettono fuori. È la legge e vale per tutti”). Si sarà fatto l’idea che questo sia il paradiso dei delinquenti. Avrà capito che qui, a infrangere la legge, non si rischia un bel nulla. Si sarà sentito incoraggiato a rifarlo. E magari avrà avvertito qualche “collega” del suo paese di precipitarsi in Italia, il paese del mondo più generoso con i criminali e più feroce con le vittime. Mettiamoci infine nei panni di chi legge queste cronache: persone che magari vivono in quartieri periferici, ad alto tasso di povertà, disoccupazione, immigrazione, criminalità (italiana e straniera) e ogni tanto trovano il coraggio di denunciare spacciatori o violenti, per poi ritrovarseli – casomai arrivino le condanne – a spasso in un paio di giorni, dediti alle consuete attività. Sentono Salvini invocare più armi per tutti e applaudono. Poi ascoltano il solito trombone di sinistra snocciolare statistiche sul calo dei reati, spiegare che la giustizia fai-da-te è una brutta cosa, dare del razzista e del fascista a chi chiede pene più certe. E quel formicolio che già sentivano alle mani non se ne andrà mai più.