Quattrocentosettanta soldati inviati, 130 mezzi terrestri e due aerei. Questo l’impegno italiano in Niger. La missione partita male e continuata peggio è legata a un futuro vantaggio esclusivo per l’Italia. A Ghat, nel sud ovest della Libia, il nostro governo vorrebbe costituire un comando militare e di polizia che addestri le guardie di frontiera di Tripoli e presidi dei punti di confine con Niger, Algeria e Ciad. Proprio in questi punti transitano numerosi traffici illeciti (droga, armi ed esseri umani). La missione sarà coordinata dal direttore del dipartimento centrale dell’Immigrazione, Massimo Bontempi.

L’operazione coinvolge la Polizia di frontiera, i militari del Coi (Comando operativo interforze dello Stato maggiore della Difesa) e il Genio dell’esercito. Obiettivo: una base di controllo al confine con il Niger e con il Ciad. La missione rientra in un progetto del Viminale, finanziato dall’Ue. La firma degli accordi di cooperazione militare con il Niger (settembre 2017), la missione africana dell’allora ministro Angelino Alfano, l’apertura della nostra ambasciata il 4 gennaio 2018 e l’accordo di collaborazione nel Sahel avevano stabilito la fattibilità della missione italiana approvata dal nostro Parlamento al pari dello stanziamento di 100 milioni di euro. È qui che però sono cominciati i problemi con le autorità nigerine.

Il governo di Niamey viene a sapere della missione da un lancio di agenzia Afp e non dalle autorità italiane. Le autorità nigerine non sono affatto favorevoli alla nostra presenza e così i nostri militari si ritrovano relegati in aeroporto. Una quarantina di soldati italiani, sotto il comando di un generale, si ritrovano accampati in maniera precaria nella base Usa dell’aeroporto di Niamey senza neppure un accordo scritto che li tuteli sotto il profilo giuridico. La situazione diventa sempre più insostenibile e l’impegno italiano non va oltre delle donazioni sanitarie o alimentari.

Un Kc 767 della Aeronautica militare italiana nel mese di aprile scarica su Niamey un carico di medicinali destinati al governo nigerino. Un modo come un altro per tenersi buono il governo del Niger, fomentato dietro le quinte da Parigi che sperava forse di alleggerire la sua lotta contro le forze jihadiste servendosi dell’Italia, che a sua volta preferisce concentrarsi sui traffici dei migranti. Nel frattempo gli italiani individuano il terreno per mettere in piedi la base nella capitale, ma il vero impegno con tutti i 470 soldati sul campo inizierà, nessuno sa quando, a ridosso del confine libico.

Intanto la Francia ha dispiegato 4mila uomini nella regione del Sahel e nell’operazione Barkhane si serve piuttosto dell’appoggio di truppe inglesi inviate da Sua maestà mentre noi italiani stiamo indirettamente partecipando con appena 12 uomini. La grandeur francese ancora una volta si contrappone alla petitesse italiana in campo post-coloniale. Uno scontro sottaciuto e imbarazzante che ci pone ancora una volta in condizione di inferiorità nonostante il premier Giuseppe Conte sia voltato da Donald Trump per avere un ruolo chiave nella situazione libica.

Oltre ai francesi sono presenti in Niger anche 800 militari americani. Il Pentagono sta costruendo una base da 110 milioni di dollari per i droni ad Agadez, in modo da dare la caccia alle forze jihadiste presenti nella zona come Al Qaeda nel Maghreb, il Mujao (Movement for unity and jihad in west Africa) e infine Boko Haram.

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