Il Viminale prosegue il suo attacco alla protezione umanitaria per i richiedenti asilo. Dopo la prima circolare di Matteo Salvini per ridurre i permessi di soggiorno concessi attraverso questo status giuridico, Sandra Sarti, prefetto che presiede la Commissione nazionale – l’organismo dal quale dipendono le succursali che si occupano delle decisioni in materia – il 16 luglio ha rincarato la dose. In una mail diretta alle Commissioni territoriali, resa pubblica dall’Associazione studi giuridici sull’immigrazione, scrive che il numero di casi “pendenti” “è rimasto invariato dal 6 luglio scorso” e che la percentuale di concessioni della protezioni umanitaria è ferma al 28%: “Emerge che la direttiva del Ministero non ha ancora trovato attuazione e che anzi il dato numerico è addirittura aumentato (da 14.032 a 14.417)”, si legge. Il prefetto Sarti chiude la comunicazione dicendo che “si tratta di due aspetti molto significativi sui quali si gioca il nostro livello di produttività ed efficacia, dati che Vi invito a tenere presenti affinché dalla prossima settimana il trend degli stessi subisca la necessaria, improrogabile e doverosa modifica”.

Gli ultimi dati pubblici disponibili su Eurostat segnalano che le richieste d’asilo ancora pendenti in Italia stanno diminuendo: a marzo 2018 erano 143.352 mentre ad aprile erano 139.638. Il problema, quindi, non sembra essere di produttività nel numero di richieste gestite, quanto più del loro esito. E anche su questo i dati dello stesso ministero non sembrano così allarmanti: al 30 giugno il Dipartimento delle Libertà civili indica che sia a maggio (61% del totale delle decisioni) sia a giugno (52% delle decisioni) le Commissioni territoriali italiane hanno generalmente diniegato la maggior parte delle richieste d’asilo. Almeno in prima istanza. Il ritmo delle decisioni è tra 8.070 (giugno) e le 9.099 (maggio) al mese. I dati rispetto all’esito dei ricorsi non sono disponibili dalle statistiche pubbliche del Ministero.

“Di sicuro aumenteranno i ricorsi perché le circolari ministeriali sono un’intromissione nelle decisioni delle Commissioni territoriali, che sono degli organismi indipendenti chiamati a giudicare”, afferma Mario Morcone, oggi direttore del Consiglio italiano per i rifugiati. Morcone ha una lunga carriera al Viminale: dal gennaio 2017 all’insediamento del nuovo governo è stato capo di gabinetto del ministro Marco Minniti, ma in precedenza, con diversi governi, è stato a capo del Dipartimento Libertà Civili, titolare delle politiche sull’immigrazione, al cui vertice c’è ancora Gerarda Pantalone, che lo ha succeduto. Morcone sottolinea l’irritualità della circolare del Viminale, che contribuisce a creare “un clima che può portare a certe decisioni” le Commissioni territoriali. Morcone è stato il braccio destro di Minniti quando è stato introdotto il Decreto Orlando-Minniti, criticato dalle organizzazioni che si occupano di accoglienza perché tra le sue principali novità ha comportato la cancellazione del ricorso in appello al diniego della richiesta d’asilo. È cominciato tutto da lì? “Non c’entra niente – replica Morcone – so che nel settore alcuni colleghi l’hanno vissuto come una ferita. Non credo sia togliere un grado di giudizio che toglie un diritto: erano processi che duravano anni”.

Un altro elemento sottolineato da Morcone è che i tempi trascorsi dalla prima circolare di Salvini – emanata il 4 luglio – sono ancora troppo brevi per vedere un cambiamento nel trend delle decisioni delle Commissioni territoriali. Anche la fretta del Viminale è irrituale. L’interpretazione della circolare di Salvini è che la protezione umanitaria abbia “legittimato la presenza sul territorio nazionale di richiedenti asilo non aventi i presupposti per il riconoscimento della protezione internazionale, il cui numero, nel tempo, si è notevolmente ampliato”.

La posizione del Viminale, però, già con il governo precedente ha portato a sconfitte in aula. E non c’erano nemmeno state le circolari del Ministro e del presidente della Commissione nazionale. L’ultimo caso risale al febbraio scorso: la Cassazione doveva pronunciarsi su un ricorso del Viminale a una decisione del Tribunale di Bari che aveva concesso la protezione umanitaria a un gambiano. Secondo il ricorso del Ministero dell’Interno, era stato concesso sopravvalutando le ragioni di integrazione sociale e il rischio derivante da una generale violazione dei diritti umani nello Stato di origine. La Cassazione ha invece riconosciuto che il cittadino gambiano, ormai in Italia da tre anni, aveva diritto a restare.