I soldi in pancia a Ilva finiranno a settembre. E i costi per mandare avanti l’acciaieria fino a dicembre vengono stimati in 132 milioni di euro. Quelle che finora erano state indiscrezioni, mai confermate dall’azienda, diventano dati ufficiali durante l’audizione dei commissari straordinari al Senato. E al momento, mentre regna lo stallo nella ‘trattativa’ tra il ministero dello Sviluppo economico guidato da Luigi Di Maio e ArcelorMittal, i commissari ammettono senza giri di parole che non sono state fatte analisi circa l’impatto “di scenari alternativi”, dalla possibilità che la cessione al colosso anglo-indiano salti alla nazionalizzazione.

Il dato certo è uno: a metà settembre, quando scade la proroga dell’amministrazione straordinaria, Ilva non avrà più liquidità. In caso di un nuovo posticipo dell’ingresso di ArcelorMittal, quindi, sarà necessario rifinanziare le casse dell’azienda siderurgica. E il fabbisogno atteso è non meno di 132 milioni di euro al 31 dicembre 2018. Già ad ottobre ne serviranno 41, mentre altri 40 saranno necessari a novembre. I vincoli alla produzione dell’Ilva – hanno continuano i commissari – “hanno avuto un impatto negativo sui risultati economici, il margine è in crescita ma l’incidenza dei costi fissi è aumentata al calare della produzione”. E al momento, hanno spiegato , l’azienda ha già pagamenti scaduti nei confronti dei fornitori che ammontano “a circa 30 milioni, di cui solo il 10% è superiore a 60 giorni”.

Il ministero dello Sviluppo Economico, ha aggiunto il commissario Enrico Laghi, “ci ha ribadito di proseguire su binari paralleli, la nostra competenza è quella di andare avanti su dinamiche operative, piano ambientale e attività propedeutiche all’eventuale trasferimento“. Sul resto, “riceveremo istruzioni dal ministero competente” e per questo “non abbiamo fatto valutazioni specifiche sui costi della chiusura, al momento non abbiamo preso in considerazione la cosa”. Mentre sul costo di un’eventuale nazionalizzazione “se verrà richiesto, faremo le valutazioni”. Stando ai dati forniti, nel corso della gestione commissariale, è stato raggiunto l’80% delle prescrizioni imposte dal decreto del 2014 e spesi “500 milioni di euro in investimenti ambientali urgenti per l’adeguamento alle prescrizioni“.

I tempi, insomma, si fanno sempre più stretti. Al di là del lato economico e della necessità di trovare fondi pubblici per mandare avanti gli stabilimenti, se il 15 settembre non dovesse essere tutto pronto per l’ingresso di ArcelorMittal nella gestione dell’azienda, sarà obbligatorio un accordo con i vincitori della gara per prorogare ulteriormente il periodo di commissariamento. Nei prossimi 45 giorni, quindi, il ministero dello Sviluppo Economico dovrà trovare la chiave per sbloccare l’impasse sotto il profilo delle garanzie ambientali e il nodo occupazionale. ArcelorMittal, che si è detta nuovamente “fiduciosa” sulla chiusura dell’accordo, ha messo nero su bianco che le proposte accettate nell’addendum sono il massimo dello sforzo possibile. Di Maio, tuttavia, le giudica ancora “insufficienti”.

Dall’altra parte, i sindacati spingono perché venga riavviato il tavolo al Mise e si discuta con governo e azienda circa il numero dei futuri occupati. Mentre al momento Di Maio ha spinto per una trattativa tra i soli rappresentanti e l’azienda, mentre attende il parere dell’Avvocatura di Stato sulla regolarità della gara. Il faccia a faccia tra lavoratori e ArcelorMittal che non si è mai sbloccata sotto la guida di Carlo Calenda. E non si intravedono spiragli, visto che gli acquirenti ribadiscono di non voler andare oltre le 10mila assunzioni a fronte degli attuali 13.500 occupati. Mentre i metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil chiedono impegni per tutti i dipendenti. Posizioni lontanissime, da riavvicinare in poche settimane. Lo stallo, per il momento, è conclamato.

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