Volevo condividere con voi lettori del mio blog questo racconto ed auspicio di un amico e collega con cui quotidianamente condivido la passione e la professione di cronista e commentatore di Formula 1, Francesco Svelto. Abbiamo avuto in passato, e forse anche oggi, visioni critiche su alcune scelte fatte da Marchionne nel corso della sua lunga gestione ma allo stesso tempo va dato al Manager anche il giusto merito per quanto economicamente in seno alla FIAT, ora FCA, è riuscito a fare. Darà frutti anche in Formula 1 il lavoro svolto fino ad ora? Lo vedremo più avanti, intanto la Ferrari farebbe bene a continuare sulla linea segnata dall’italo canadese per proteggersi da chi vorrebbe ridimensionarla nella massima serie automobilistica e questo Marchionne lo sapeva.

di Francesco Svelto

La storia di Marchionne in F1 inizia durante la prima, avara, stagione da un ventennio a quella parte, quando la Ferrari non riuscì a vincere nemmeno una gara in calendario. L’ad di Fca si insediò in maniera neanche troppo gentile a Maranello silurando quel Luca di Montezemolo che fino ad allora era semplicemente il presidente più vincente della storia della Rossa.

Il modo in cui l’ex presidente Ferrari fu messo alla porta provocò molto scalpore. Sergio si avvalse di una situazione sportiva precaria per entrare, con una spallata, in Ferrari dalla porta principale. Una spallata che fece storcere il naso alla moltitudine. Del resto si stava escludendo colui che aveva permesso al team di conquistare 14 titoli mondiali. Ma era solo l’inizio di una rivoluzione iniziata, portata avanti ma forse non conclusa a causa del destino che ha deciso diversamente.

Marchionne era un manager di successo ed ai manager non interessa essere simpatici. Per loro parlano i numeri. E la Ferrari doveva stare in alto, doveva essere la punta di diamante del gruppo: ricca nei registri contabili e dominante nella competizione. Il regno Mercedes non doveva durare (alla fine non è andata proprio così ma chissà che proprio quest’anno il destino non decida di far andare le cose diversamente, ma questa è un’altra storia).

La battaglia che iniziò Marchionne al sistema F1 – rea di inseguire quella standardizzazione delle componenti che avrebbe di fatto proiettato la F1 ad essere una specie di canale commerciale a basso costo – era senza frontiere ad arrivò fino alla fatidica minaccia di portare la Ferrari addirittura fuori il grande circus.

Ora, alzi la mano chi riesce ad immaginare per davvero la massima categoria motoristica mondiale senza la presenza della Ferrari. Nessuno. Lui sì, la immaginava e la voleva concretizzare, pur consapevole che nel Dna della Ferrari c’è proprio la F1. Provate solo a pensare ad una F1 orfana dell’unico team sempre presente sin dalla fondazione del mondiale (1950), orfana del mito fautore delle leggende di Hawthorn, Lauda, Villeneuve, Schumacher. Sarebbe semplicemente una categoria orfana di se stessa. Una ipotesi assurda.

Le architetture delle power-unit non c’entrano, i giochi di potere ai tavoli decisionali neanche. Per riportare la Ferrari in cima alle classifiche iridate serve una squadra che lavora sodo, con gli uomini giusti ai posti giusti. Esattamente ciò che di cui la Rossa dispone quest’anno, oggi, adesso. Un team costruito e plasmato da Marchionne di cui lui stesso era orgoglioso e che continuerà a lavorare nella cultura del lavoro fino al raggiungimento dei massimi obiettivi. E’ questa la ricetta giusta per tornare in vetta, più che le guerre e le minacce. La F1 è e resterà, per forza di cose un grandissimo spettacolo globale, più o meno accettato dalle parti che lo compongono.

La Ferrari, però, è stata e deve restare la protagonista assoluto dello show. Una F1 senza Ferrari non sarebbe F1.

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