Il cuore italiano di Tirana rischia di continuare ad essere cancellato a colpi di ruspa e leggi speciali. Serve spazio per nuove costruzioni, proprio lì, in quel poco che è rimasto del centro storico della capitale albanese. Ma la demolizione del teatro nazionale di epoca fascista non è una questione solo di storia: in ballo c’è anche l’adesione dell’Albania all’Ue e ci sono le accuse pesanti di una speculazione edilizia tra le più classiche, in una cornice normativa che ha fatto storcere il naso persino al Fondo monetario internazionale. Il 9 luglio, il Parlamento ha votato una legge speciale per segnare il fine vita del teatro, tra le proteste degli artisti albanesi, dell’opposizione parlamentare e di buona parte dei cittadini di Tirana. Hanno meno di tre settimane per convincere il presidente della Repubblica, Ilir Meta, a respingere il provvedimento.

Il teatro che c’è e il “farfallino” – Prima, il giardino ribassato di Giulio Bertè (1935), demolito nel 2011; poi, lo stadio monumentale progettato da Gherardo Bosio (1939-1941) e distrutto lo scorso anno; ora il “teatro Kombetar”, ritenuto tra le più rilevanti testimonianze architettoniche del periodo italiano. Tutto giù. Lo diceva Indro Montanelli già nel 1939: “Tirana è una città essenzialmente moderna, quasi inventata. Il suo tempo non ha che due misure: il presente e il futuro. Il passato non esiste”. Il nuovismo avanza ancora e sta diventando una piaga per l’intera Albania. Nella capitale, il Kombetar dovrà essere soppiantato dal nuovo Teatro nazionale, oltre che da torri destinate ad altro, come da progetto di Big, Bjarke Ingels Group, tra i più noti studi di architettura moderna al mondo, sbarcato da Copenaghen a Tirana dietro chiamata diretta del governo.

Non è un posto qualunque, il Kombetar, a pochi passi da Piazza Skanderberg: anche questo disegnato dal Bertè e realizzato nel 1938 con i canoni tipici dell’architettura razionalista, quel teatro ha avuto molte vite, conservando il suo stile al di là di adattamenti e abbandono e restando un polo molto vissuto. “È senza dubbio un pezzo importante di storia della Tirana del ‘900 e un’architettura sopravvissuta a un guerra mondiale e a una lunga dittatura di segno opposto al fascismo. Basterebbe questo – dice Artur Nura, giornalista albanese e corrispondente di Radio Radicale – a dire che l’edificio è un patrimonio oramai riconosciuto da tutta la comunità italiana e albanese e che ci sarebbero delle soluzioni tecnologiche e di risanamento tali, oramai, da mettere in sicurezza ogni tipo di edificio, conservandone i tratti originali”. Sia per il sindaco Erion Veliaj che per il premier Edi Rama, artista ed ex primo cittadino della capitale, la struttura è inagibile ed è inutile ogni tentativo di restauro: i materiali utilizzati sarebbero pericolosi e renderebbero più facile una demolizione che un intervento di recupero. Eppure, quel teatro, come stabilito già dieci anni fa dal Politecnico di Bari, ha grande valore storico-documentario anche per la tecnica edilizia usata, che vede l’impiego di cemento impastato con fibre di pioppo e alghe (noto come “populit”), miscuglio coniato in tempi di autarchia.

Al posto del Kombetar, salvo passi indietro entro fine mese, sarà costruito il “farfallino”. Gli archistar di Big hanno previsto una nuova struttura a forma di papillon, articolata su tre ambienti, tra cui un auditorium principale, una sala concerti e una per spettacoli. Poi, un anfiteatro sul tetto, un backstage a vista sul lato nord, ampie vetrate su quello sud. Progetto accattivante, monitorato tra gli altri anche da ArtTribune. Ma non si può realizzare altrove? “Secondo l’opposizione politica e sociale – spiega Nura – vi sarebbe da parte del governo in carica la volontà di monopolizzare il cuore di Tirana con costruzioni futuristiche e di ultimissima generazione. Di certo, comunque, per le costruzioni avveniristiche, come il nuovo edificio a forma di papillon, gli spazi da risanare e da ricostruire, sia in periferia che a ridosso del centro, non mancano assolutamente, anzi gli edifici degradati e consumati dal tempo sono ancora molti”.

Speculazione?Lindita Çela, giornalista investigativa di Birn Albania, ha fatto due conti: “Il governo dice di non avere i soldi per costruire il nuovo teatro, che ha un costo elevato. Per questo, concederà il terreno pubblico, sul quale sorge l’attuale edificio, ad una compagnia privata, al prezzo di 470 euro al metro quadrato. In quella zona, centralissima, le quotazioni sono di 2mila euro al metro quadrato. Il progetto si articola su oltre 9mila metri quadri. In cambio, la società, oltre al teatro, costruirà quattro alte torri”. A proporre il progetto pubblico-privato è stata la Fusha Shp.K, il cui proprietario “Shkeliqm Fusha – spiega Çela a ilfattoquotidiano.it – è il cugino dell’ex procuratore capo di Tirana, che nel 2017 ha chiuso un’indagine contro il Comune e il sindaco Erion Veliaj. Negli ultimi anni, la società ha vinto molte gare pubbliche finanziate dal governo”. L’investimento stimato, stando a quanto riferito in aula dal ministro delle Finanze Arben Ahmetaj, è di oltre 30 milioni. L’accusa della comunità degli artisti albanesi è che, però, il nuovo teatro sia un cavallo di Troia, cioè la scusa per costruire le torri che ospiteranno alberghi, centri commerciali e servizi.

“Naturalmente, la società non viene a costruire il teatro per andare in bancarotta”, è stato uno dei commenti sul tema da parte del premier Edi Rama. È sua la politica delle 3P: “partenariato pubblicoprivato”, un modo per incentivare le grandi opere pubbliche senza ricorrere a nuova spesa. Sono i privati a metterci i soldi, in sostanza, in cambio di condizioni vantaggiose, costituite anche dalla possibilità di costruire su altri lotti pubblici e privati. Una politica – il progetto “1 miliardo di euro” – finita, nel marzo scorso, nel mirino del Fondo Monetario Internazionale, che ha consigliato al governo Rama di non firmare alcun nuovo contratto, poiché le concessioni sarebbero fatte “senza una chiara analisi tra costi e profitti”. Come affermato pubblicamente dal direttore dell’ufficio del Fmi a Tirana Jens Reinke, “il quadro istituzionale per la gestione delle concessioni non è adatto”. Una strada per ottenerle, infatti, oltre alla normale gara d’appalto, è quella della “proposta non richiesta”: il privato ne avanza una di sua iniziativa e, se accettata dal governo, viene realizzata anche a fronte di un bonus, scavalcando le regole della concorrenza. Anche per il teatro italiano, quella di Fusha è stata una “proposta non richiesta”.

Venti giorni per ripensarci e il peso dei negoziati Ue – La vita del teatro è nelle mani del presidente Meta. Ha venti giorni di tempo, a partire dallo scorso 9 luglio, per respingere la legge speciale approvata dal Parlamento con 75 voti a favore, dopo una maratona di dodici ore e la protesta di artisti e attivisti fuori dall’aula. A premere su Meta c’è il suo partito, Lsi, che assieme all’altra formazione all’opposizione, il Pd, espressione del centrodestra, ha votato contro. Anche la maggioranza ha perso pezzi: non ha avuto il supporto del ministro per la Diaspora albanese, Pandeli Majko, che ha minacciato le dimissioni. Il teatro, d’altronde, non è solo una questione interna: l’accusa di violazione di norme europee sulla concorrenza pesa, eccome, mentre sono in piedi i negoziati per l’adesione dell’Albania alla Ue.