Omàr ha la pelle così nera che se chiude gli occhi perdi la geografia del suo viso. Saluta, siede, sorride. I piedi sono cuoio sulla sabbia. Svuota lo zaino di oggetti con cui apparecchia la sua merce. Non sono interessato, ma è il benvenuto. Ci distingue il suo italiano e il mio francese, ma entrambi stentati e ci completiamo così. Ha due figli e una moglie, come me. Ha un lavoro, come me. Ci separa l’equatore ma viene dal Madagascar, dove mio zio è missionario da oltre 50 anni. È un attimo esser parenti.

I miei figli ci guardano, vedono me e Omàr parlare, ridere, come amici ritrovati. Non serve spiegare. Vedranno che non serve la paura quando fai parte di una “famiglia umana” (per dirla con le parole di Vittorio Arrigoni). Gli chiedo di mostrarmi i braccialetti, non mi interessano ma ne voglio uno, voglio trattenere quest’uomo perché ho bisogno di aver fiducia, voglio per alcuni minuti spazzare quella nuvola di razzismo che percorre la nostra terra.

Omàr mi racconta di un mercato e di una donna che vende arance e di un uomo che alle 8 del mattino è disposto a comprare tutto. Ma la donna non accetta nonostante il prezzo concordato. “Perché?” domanda l’uomo “Perché se vendo tutto, adesso, fino a mezzogiorno con chi parlo?”. Non serve dire ai miei figli che ho parlato con Omàr,  quando imparano quello che vedono. Mi guardano con un ragazzo africano, che sorridiamo, quasi amici e imparano a crescere al di sopra di quest’Italia di bassa lega.

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