Ieri mi sono concesso una grande giornata di musica a Londra. British Summer Time, Hyde Park. Sto per ripartire da Gatwick, mi attendono quattro eventi diversi in altrettante città da qui a mercoledì (aiuto), ma per chi potrà stasera ci sono i Cure e domani Clapton (non solo: anche Zucchero e Santana). Alti livelli. Ieri ero proprio sotto il palco, nell’ambito Diamond Circle, e speravo in un pubblico più attento. Invece l’ho trovato un po’ troppo “da stadio”: disattento, caciarone e spesso proprio fatto (non pochi si sono sentiti male). Ridere, distrarsi e farsi i selfie durante The Last Refugee e Us and Them non è simpatico: è da idioti. Secondo me alla fine si è “storto” anche il Messia, che dopo Eclipse non ha fatto Mother (e neanche un brano sostitutivo) ma “solo” Comfortably Numb.

Comunque: contesto straordinario, folla oceanica, organizzazione impeccabile. Mini-recensione.

Seasick Steve. Ha suonato alle 16 sul main stage. È adorabile: un 77enne che ha avuto successo a 65 anni, con un passato anche da vagabondo e clochard, bluesman autentico che suona chitarre assurde e adora il bottleneck con cui ti fa subito entrare nella dimensione Delta del Mississippi. Personaggio meraviglioso e un’ora di blues dritto, vero, trascinante. Applausi. (Approfonditelo).

Richard Ashcroft. Si è esibito nel main stage alle 17.50. Bravo, anzi mostruosamente bravo. Gli ho sempre voluto bene ed è anche colpa sua se faccio questo lavoro. La recensione di Urban Hymns dei Verve è stata il mio primo articolo (1997). Disco monumentale. Poi Richard si è un po’ perso. Qualche buon disco, qualche caduta. Droga, depressione. Me lo sono ritrovato stasera: mamma mia. Una roba che non esiste. Pazzesco. Mostruoso. Un’ora perfetta, anche grazie alla band che lo supporta (il chitarrista sopra tutti). Ha fatto anche Sonnet, Lucky Man, Bitter Sweet Symphony e una versione straripante di The Drugs Don’t Work. Pauroso: davvero pauroso.

Questo ragazzo non è fatto di carne e sangue, ma di nervi, talento e ferite. Lo vedi che soffre per ogni cosa che fa, è sempre inquieto e trafitto da demoni antichi. Fisicamente è un’acciughina, lo sguardo sempre triste e malmostoso. Ma che carisma. Che voce. Che capacità sovrumana di stare sul palco, anche se spesso vorrebbe far tutto tranne quello. È magnetico, ieratico, definitivo: ha (avrebbe) proprio tutto, Dio santo. Mi ha ricordato quei giocatori che hanno così tanto talento da perdercisi dentro, perché troppo sensibili e quindi vulnerabili. Chris Martin esagera quando dice che “Richard ha la miglior voce di tutti”, ma accidenti quanto talento puro e devastante – quando si concede di mostrarlo – ha questo ragazzo. Felice di averti finalmente ritrovato, mister Ashcroft. Anche se io non ti avevo mai perso di vista. Ma proprio mai. Lo adoro e adorerò sempre.

Roger Waters. Ho visto (e poi recensito) questo tour Us + Them già quattro volte: New York, Milano, Bologna e ieri Londra. Solita scaletta anche ad Hyde Park, a parte Mother. Meglio di New York, non di Bologna. Sui livelli di Milano, ma meno intimo (colpa di contesto e pubblico). Nel primo tempo ha tenuto sempre gli occhiali da sole, tipo quando fa il nazista in The Wall, e abbiamo temuto tutti che da un momento all’altro ci disperdesse mitragliandoci a tradimento. I picchi: Time, Welcome To The Machine, Pigs, Us and Them, Brain Damage ed Eclipse. A fine brano c’era un tipo incazzato perché la folla non applaudiva abbastanza. Ripeteva: “Più forte cazzo, mica è Rita Pavone”. Ecco, quel tipo ero io.