Il Tribunale di Treviso, con una sentenza che è perfino andata oltre le aspettative dei ricorrenti, ha dichiarato lo stato di insolvenza di Veneto Banca che è in stato di liquidazione coatta amministrativa. La Procura della Repubblica ha subito avviato un’indagine per bancarotta per distrazione, il che crea uno slittamento in avanti dei termini per la prescrizione dei reati contestati ai vertici dell’istituto. Una svolta nell’intricata vicenda di una delle banche venete (l’altra è la Popolare di Vicenza) che hanno ingoiato centinaia di milioni di euro dei risparmiatori, facendo finire sul lastrico migliaia di famiglie.

La sentenza è stata redatta dal presidente Antonello Fabbro, il collegio era completato da Francesca Vortali e Petra Uliana. Nel documento di 18 pagine viene ricostruita l’intera vicenda e dimostrato come, con la liquidazione coatta, Veneto Banca non si sia più trovata nelle condizioni di far fronte ai propri impegni. Perché uno scenario già compromesso apriva una prospettiva disastrosa.

Ecco le tappe prima di quel momento. Nel febbraio 2017 Veneto Banca (ma anche Pop Vicenza) aveva presentato un piano di ristrutturazione quinquennale alla Bce, attraverso il Piano Tiepolo di fusione. Il fabbisogno era di 4,7 miliardi di euro, ma era risultato impossibile soddisfarlo con risorse private. Così il 17 marzo 2017 Veneto Banca aveva presentato istanza di ricapitalizzazione precauzionale e “l’accesso alla garanzia dello Stato su nuove emissioni obbligazionarie”. La Bce aveva però bocciato il piano e dichiarato la banca “prossima al dissesto”, aprendo la strada alla liquidazione coatta amministrativa. Il governo italiano il 25 giugno 2017 aveva approvato il decreto legge n. 99 che disciplinava tale procedura per entrambe le banche. E subito la Banca d’Italia aveva proposto al ministero dell’Economia e Finanze l’adozione di misure per la cessione a Intesa SanPaolo, integrata da interventi di sostegno della finanza pubblica. Il 19 luglio la Bce aveva definitivamente revocato l’autorizzazione bancaria.

I giudici notano che “al 25 giugno 2017 il patrimonio netto contabile di Veneto Banca era risultato pari a circa 1,7 miliardi di euro. E lo sbilancio della cessione delle attività e passività all’Istituto San Paolo dava un risultato negativo di circa 2,3 miliardi di euro”. Ma aggiungono che “le vicende che precedono la messa in liquidazione coatta amministrativa pongono in luce la situazione insostenibile in cui si era venuta a trovare Veneto Banca”. Per quali ragioni? “La banca aveva ripetutamente violato (a partire dal 2014) i requisiti patrimoniali di vigilanza e, nonostante il tempo concesso dalla Bce, non era stata in grado di offrire soluzioni credibili per il futuro”.

I giudici indicano uno spartiacque nella data del 23 giugno 2017. Prima della liquidazione coatta “Veneto Banca non era in grado di continuare a svolgere la propria attività creditizia senza sostegno dello Stato”, ma la situazione presentava “indubbi margini di incertezza quanto al requisito dell’insolvenza”. La liquidazione coatta muta lo scenario e ”impone quindi un diverso approccio in base al quale verificare la sussistenza o meno dello stato di insolvenza”. Infatti “lo stato di liquidazione impone che l’accertamento dell’insolvenza avvenga secondo un’impostazione patrimonialistica, dato che ormai l’impresa ha imboccato la strada verso la propria dissoluzione”. Ed è per questo che i giudici valutano “se la liquidazione del patrimonio della banca consente di soddisfare regolarmente tutti i creditori”. Come? “Tale giudizio è basato sul raffronto prognostico tra attivo e passivo patrimoniale, ma tiene conto delle sorti sia quantitative che temporali della liquidazione”. Ovvero “se i valori del realizzo siano pari ai fabbisogni necessari per estinguere le passività e far fronte alle esigenze immediate (passività correnti)”.

I giudici annotano che il patrimonio netto di 1,6 miliardi di euro non basta a tale valutazione, perché riferito “a criteri contabili ispirati alla continuità aziendale”. La liquidazione coatta aveva mutato tutto, la banca era ormai su un piano inclinato. “E’ agevole constatare che in questo scenario la liquidazione si chiude con una passività (patrimonio netto post interventi dello Stato) di 538,5 milioni di euro e quindi con una evidentissima e rilevante mancanza di liquidità da destinare alla soddisfazione dei creditori chirografari”.

La sentenza rilancia la possibilità che a trovarsi coinvolti nelle inchieste possano essere anche amministratori successivi alla gestione di Flavio Trinca (presidente) e Vincenzo Consoli (amministratore delegato), in particolare per chi abbia permesso la vendita di azioni “baciate” e per chi abbia erogato finanziamenti agevolati al fine di evitare disinvestimenti da parte di soci intenzionati a vendere i titoli. Secondo Luigi Fadalti, il legale trevigiano che aveva chiesto per primo l’insolvenza di Veneto Banca, la decisione potrebbe dar luogo anche ad “azioni revocatorie per pagamenti successivi”, fra i quali, in linea teorica, sono comprese anche le transazioni accettate da molti soci, nella primavera del 2017, pari al 15% del valore perduto con l’azzeramento delle azioni, in cambio dell’impegno a non avviare contenziosi. Sotto il profilo degli effetti per i soci danneggiati, conclude il legale, “in prospettiva l’allargamento dello spettro dei possibili responsabili aumenta le possibilità di realizzo”. Di certo, con i nuovi reati, si allungano i tempi della prescrizione.