C‘è molto poco da aggiungere in merito all’ennesima indagine sui centri di accoglienza per migranti. Indagine culminata con arresti nella provincia di Latina, che conferma cose risapute. Una prima, investe la corsa all’oro che il non governo, in termini di regole e controlli, dell’accoglienza di queste masse di disperati ha prodotto. Sarebbe bastato esercitare la memoria: ritornare indietro nel tempo (primi anni 90), focalizzando come analogo il fenomeno del boom delle comunità terapeutiche: sostituire ai migranti i tossicodipendenti.

Anche in quel caso, collante l’emergenza, la corsa all’oro avvenne seguendo la logica della economia di scala: se ospito 30 persone io non ci guadagno ma se ne ospito 100 o 200 i guadagni saranno assicurati. Anche in quel caso, i luoghi di accoglienza erano approssimativi e improvvisati, sul presupposto che i tossicodipendenti non avrebbero avuto motivo alcuno di cui lagnarsi posto che anche solo un materasso in terra, rispetto alla strada da cui provenivano, era un lusso. Comune denominatore nell’uno e nell’altro caso era il fregarsene delle azioni rivolte agli uni o agli altri. Allora, fregarsene della presenza di personale qualificato puntando su ex ospiti volontari la gestione della struttura. Oggi, fregarsene di una progettualità tesa ad accompagnare realmente la persona ospitata e limitarsi a dare vitto e alloggio (spesso scadente) abbandonandolo a se stesso. In entrambi i casi forti del fatto che i soggetti ospitati partono da condizioni di oggettivo svantaggio e, quindi, di oggettiva scarsa credibilità nell’eventualità in cui volessero denunciare strutture nate per lucrare.

Infine la geografia dei luoghi, la cui scelta, in entrambe le risposte a fenomeni sociali, è stata lasciata al caso. C’era un casolare in una frazione abitata da 100 persone? Fossero drogati o migranti, quelle persone avrebbero imparato a conviverci. Eppure era scritto nelle modalità con cui le prefetture costruivano le gare, i cui posti letto messi a bando rappresentavano numeri importanti: i numeri, quando si tratta di relazioni umane, aiutano solo parzialmente nella comprensione di un fenomeno tanto è vero che, solitamente, prima si pensa alle azioni da mettere in piedi e poi, sulla base delle azioni, si stabilisce un rapporto in termini di efficacia tra idea e numero di persone a cui si può applicare.

Tale ragionamento di comune esperienza – che vale in qualsiasi contesto relazionale e che si applica in qualsiasi dimensione umana, sia quello formativa sia quello legata a un processo di integrazione, di apprendimento di inserimento in un determinato tessuto sociale – dovrebbe fungere da logica premessa a qualsiasi intervento con finalità di cura e sociali. Ma, a distanza di 30 anni e forti di quella esperienza comunitaria, si è pensato bene di ragionare all’incontrario: stipiamo in un posto 100 persone e poi vediamo cosa possiamo porre in essere al fine di promuovere integrazione.

Si è visto: la percezione, vissuto che nella società dello spettacolo plasma la realtà, ha dettato la linea. Ogni ragionamento o il ricorso alla statistica, nulla possono rispetto al vissuto di chi elabora, partendo da un dato veritiero, un fatto o un fenomeno. Se la paura nei confronti dei drogati era dettata dalla sovrapposizione tra il drogarsi e il delinquere, ai tempi, si aveva un bel dire che tale automatismo era solo una forzatura del pensiero. Il dato di partenza era la lettura del giornale locale che parlava del tossicomane “x”, arrestato nell’intento di rubare una radio. Il dato di arrivo fu (allora) pensare che tutti i tossicomani erano ladri.

Ragionando, in perfetta similitudine, è agevole individuare le origini delle paure attuali nei confronti di un nero e l’inquietudine che accompagna l’annuncio che 100 migranti saranno ospitati nel borgo “y”, in provincia di “z”. Era agevole ipotizzare che, a maggiore ragione, strutture che ne ospitavano in numeri importanti non sarebbero riuscite a costruire percorsi che solo numeri piccoli avrebbero reso possibile. Era tutto ovvio, banale, già visto e vissuto. Ma non per lo Stato, evidentemente, incapace di porre regole e paletti al fine di prevenire ciò che, a partire da Salvatore Buzzi e Mafia Capitale, si scopre con regolare cadenza: bande di sfruttatori che operano nel sociale.

Cinque anni fa alcuni prefetti mi contattarono: chiedevano luoghi in cui ospitare i migranti. Era solo l’inizio. Forte della esperienza di Saman, risposi (e così risposero i rappresentati regionali) che piccoli numeri li avremmo accolti. Li avremmo gestiti all’interno di percorsi che garantivano una conoscenza reciproca e il venire meno, sul territorio, di paure e percezioni alterate anche dal fatto che le nostre strutture raramente sono in realtà urbane e più spesso in realtà sotto i 5 mila abitanti. Rispondemmo elaborando un pensiero rispettoso sia dell’ospite, sia del futuro vicino. Ci fu risposto che ne avremmo dovuti prendere in quantità enormemente superiore. Declinammo, diventando una delle organizzazioni (poche in realtà) accusate di non volere accogliere fratelli più sfortunati.

Molte comunità terapeutiche aprirono settori, trasformandosi: tante di queste hanno operato secondo criteri qualitativi alti anche perché avevano alle spalle storie di intervento sociale decennali. Avevano anche l’organizzazione e la logistica adatta a mettere in evidenza un modo di lavorare professionale. Il resto fu raccattato ed equamente diviso tra gruppi no profit in forte difficoltà economica che vedevano in questa insperata opportunità una forma di soluzione ai problemi pecuniari e la cosiddetta società civile composta anche di lestofanti e opportunisti.

Ma a monte ci fu la decisione legata alle economie di scala. All’origine, il non volere prevedere che se poni limiti alla accoglienza in un determinato luogo, se ipotizzi piani economici in cui – quando ben gestita – la struttura chiude in pareggio e non ci guadagna, molti improvvisati gestori non ci sarebbero stati. La corsa all’oro non sarebbe esistita. E soprattutto, la percezione negativa legata all’invasione di masse di stranieri non sarebbe stata alimentata dal perpetuo ciondolare di gruppi e singoli a cui la struttura di accoglienza avrebbe dovuto pensare. Posto che occuparsi di 20 persone – in maniera strutturata e (per loro) proficua – appartiene a una dimensione ipotizzabile e realistica, occuparsi di 100 o più, appartiene a dimensioni in cui il lucro domina il resto.

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