di Annalisa Dordoni*

Sono oggi all’ordine del giorno analisi e commenti su migrazioni e razzismo. Ciò che interessa qui è analizzare invece il tipo di sistema lavorativo che si crea a partire dal reato di clandestinità, molto criticato ma di fatto mai abrogato, e dalle normative sull’immigrazione. Il principio fondante di tale sistema è la ricattabilità. Si tratta di una condizione che oggi non tocca soltanto i/le migranti. Una persona assunta con un contratto a tempo determinato è consapevole del fatto che questo potrebbe non essere rinnovato e pertanto probabilmente sarà più disponibile. Il datore di lavoro può sfruttare o meno questa situazione di sperequazione nei rapporti di forza, ma – anche in caso non lo facesse – l’esistenza di tale sperequazione resta un dato di fatto. Si tratta di ricattabilità, creata dall’incertezza, dalla temporaneità.

Flessibilità e deregolamentazione alimentano la ricattabilità e anche uomini e donne autoctoni si sentono così meno sicuri, fanno meno figli, hanno una percezione del futuro come incerto e difficile da progettare. La relazione tra datore di lavoro e lavoratore non è certo di per sé paritaria, ma in questo caso ciò non è dato solo dal fatto che uno degli attori sociali lavora per l’altro e percepisce da lui un pagamento in denaro, ma anche (appunto) dalla ricattabilità. Immaginiamo ora quanto può incidere l’assenza totale di regole – come nei rapporti di lavoro irregolare – sulla vita di chi si trova in un Paese straniero e non ha documenti. Queste persone si trovano in una condizione di massima flessibilità e precarietà esistenziale: sono talmente ricattabili da poter divenire schiavi.

Le migrazioni sono un fenomeno storico, contribuiscono oggi al lavoro sommerso e alle dinamiche mafiose che sono legate a esso, ma sono in generale sempre state utili, se non necessarie, alle economie nazionali (segnalo Mobilità umane di Salvatore Palidda, Richiesti e respinti di Maurizio Ambrosini e Razzismo democratico a cura di Salvatore Palidda).

Nel Testo unico delle norme sugli stranieri extracomunitari è stata introdotta nel 2009 una legge che sanziona la condotta dello straniero che fa ingresso o si trattiene nel territorio dello Stato illegalmente. La sanzione è un’ammenda. Il reato di clandestinità è punito con pena pecuniaria, non detentiva. È incuneato in un insieme di norme chiamato all’epoca “pacchetto sicurezza”. Questo passaggio è fondamentale per comprendere “l’impalcatura” di questo sistema lavorativo: lo straniero “irregolare”, “clandestino”, proprio perché privo di permesso di soggiorno e di documenti, non può avere intestato a sé un conto corrente o beni mobili o immobili e non può essere assunto/a con un contratto di lavoro regolare. La persona che è entrata nel Paese illegalmente non può certo pagare la pena pecuniaria e non può però neanche lavorare per tentare di pagarla. Ciò crea una diffusione della irregolarità lavorativa.

Il permesso di soggiorno inoltre è temporaneo, deve essere rinnovato e chi fa richiesta di rinnovo necessita di un contratto di lavoro in essere. Questo lega datore di lavoro e lavoratore, in tal caso anche regolarmente assunto/a. Quindi, è ricattabile anche chi ha un permesso di soggiorno e un contratto di assunzione, non solo chi è irregolare e in nero.

Questo sistema si alimenta con la paura: da un lato la paura di chi migra, di non lavorare e quindi non poter vivere e mangiare, di essere denunciato come “clandestino”, di non ottenere il permesso di soggiorno o di non riuscire a rinnovarlo; dall’altro la paura di chi già vive qui, che viene alimentata per giustificare il sistema, inneggiando alla sicurezza nazionale. La sicurezza, se consideriamo il sistema lavorativo nel suo complesso, passa in secondo piano. Ciò che salta agli occhi è la facilità di reperibilità di manodopera a basso costo, che lavora ad esempio nelle campagne a raccogliere arance o pomodori, soprattutto in nero o comunque sottopagata, creata dal sistema normativo stesso.

Vorrei concludere con una riflessione. Che tipo di sicurezza vogliamo? Di che sicurezza abbiamo bisogno? Non si tratta di una mera questione terminologica, ma di definire un linguaggio comune, dare un significato condiviso, elaborare e codificare una costruzione di senso. Si tratta di decidere cosa vogliamo e come lo vogliamo costruire, come contiamo di arrivarci, in che modo perseguiamo l’obiettivo. Per quanto riguarda me, se penso alla parola “sicurezza” penso al poter avere un luogo da chiamare casa, un lavoro, servizi pubblici di base, ammortizzatori sociali per momenti di crisi. Le parole sono importanti e una società si definisce anche nel e con il suo linguaggio comune.

*Sociologa, mi occupo di processi economici e culturali, lavoro e questioni di genere. Dopo la Laurea cum laude in Scienze storiche ho conseguito il Dottorato di ricerca in Sociologia applicata e metodologia della ricerca sociale presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Mi sono occupata del lavoro su turni, festivo e domenicale nella vendita al cliente, tempi sociali e di lavoro, vita quotidiana di lavoratori e lavoratrici. Collaboro con l’università Bicocca e altre organizzazioni per incarichi di didattica e di ricerca, sono socia fondatrice della libreria Les Mots, che promuove iniziative ed eventi culturali. Sono nata e vivo a Milano con il mio compagno e la nostra gatta.

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