A lezione da Martin Scorsese. Un’oretta appena. Un saggio di cinema che incanta. Camicia blu, giacca nera, scarpe e calze nere e pantaloni blu. Scorsese elegante bicolore e la “masterclass” al Cinema Ritrovato 2018 di Bologna. Sul set del Teatro Comunale va in scena il valore del ricordo e del restauro, la storia e il senso del cinema. Perché Scorsese è il cinema. E perdersi in questa retorica ovvietà da nostalgici è qualcosa che volevamo provare da tempo. Aria pulita nei polmoni e pulizia negli occhi, quel signore che girò Taxi Driver, Toro Scatenato e L’età dell’innocenza, per dirne giusto alcuni, mastica densità e sapere, poeticità e tecnica di un’arte che sembra aver inventato lui.

Quando ad un certo punto della conversazione evoca la sua maggiore difficoltà a livello realizzativo, ovvero il problema con l’illuminazione nei suoi film (pensate un po’, per Scorsese è un “problema”) la parola si trasforma in immagine, un po’ come quando Dio creò cielo e terra. “Dove vivevo da bambino c’era poca luce, il giorno e la notte, qualche raggio di sole. Per me luce voleva dire una lampadina nella stanza”. E quando dice “lampadina” mima con la mano destra il gesto dell’avvitare la lampadina verso il soffitto. Inutile dirlo, sarà un transfert collettivo dei fan, ma in pochi millesimi di secondo quell’immagine evocata con le parole da Scorsese l’abbiamo “vista” tutti con gli occhi. Attorno a lui, a porgli domande ci sono Matteo Garrone, Alice Rohrwacher, Valeria Golino e Jonas Carpignano.

Emozionati, sinceri, e anche fin troppo informali (Garrone in maglioncino e scarpe da tennis, Carpignano in infradito anche se è quello più “inglese” di tutti) sembrano tutti e quattro piccini piccini di fianco ad un 76enne canuto che nemmeno arriva a un metro e sessantacinque. La Golino è la prima a mettersi a nudo, a parlare di indecisione e paura di non sapere comunicare quello che si vorrebbe con il proprio film. “C’è sempre un momento a metà di quando faccio un film che non so più cosa sto facendo. Mi è capitato e mi capita ancora”, spiega Scorsese. “L’importante però è avere sempre quella piccola fiamma accesa dentro di te che ti spinge a pensare che quello che hai fatto e stai facendo è importante per te e saprai comunicarlo a qualcuno. A un bel momento troverai due tre persone che non sono la mamma o la fidanzata, e che magari provengono da altre parti del mondo, ma che ti dicono ‘si ho capito, mi è piaciuto’. È questo il valore di quello che facciamo, quello che sentiamo dentro di noi e vogliamo trasmettere”.

C’è poi il regista perfezionista, quello che ancora gode del controllo totale dell’opera. “Quando la sceneggiatura è quasi finita mi piace andare in un albergo per una decina di giorni. Lì comincio a fare disegni su come vedo le inquadrature del film. Incontro il direttore della fotografia, l’assistente alla regia e comincio a parlare con loro per capire quale sarà il feeling, la sensazione che daranno le immagini”. Così l’aneddotica prende il sopravvento e si gira il making of dello Scorsese style: “Ricordo quando discutemmo di un’inquadratura di Wolf of Wall Street. Quella in cui Leonardo Di Caprio è al telefono, si cala delle pasticche e si sente male. Dovevamo scegliere se optare per un’immagine distorta con lui inquadrato al telefono, oppure una soggettiva distorta di lui che si guarda attorno. I dettagli mi piacciono molto, così ho una maggiore sensazione di controllo del film e la mia mente corre libera avanti nelle immagini che si compongono”. “Mi piace mostrare alle persone con cui collaboro piccole parti di film o brani musicali che possono ispirarci – continua – Per Gangs of New York ho preso da parte lo stunt cordinator Vic Amstrong, che aveva lavorato a I predatori dell’arca perduta, e gli ho mostrato spezzoni di film di Pudovkin e Eisenstein. Gli dissi potremmo riprendere da questo lato o da quest’altro. Rimase un po’ perplesso ma non gli è dispiaciuto”.

È per questo che capisci quanto sia importante il legame di Scorsese con il cinema del passato. Qualcosa di magico e intramontabile, quasi una missione di salvaguardia e monito. “Per sostenere i film restaurati bisogna che le famiglie, gli anziani, i giovani, escano di casa e paghino il biglietto. A Los Angeles due mesi fa è uscito in sala 2001: Odissea nello spazio per il suo cinquantennale ed è andato benissimo. Dovete sostenere questi film perché se i finanziatori riconoscono interesse per queste operazioni qualcosa succederà”, spiega il regista ad un pubblico che sembra attendere ad ogni secondo un sorriso alla De Niro.

“Penso non ci sia confronto tra vedere Ladri di biciclette o Lawrence d’Arabia su grande e piccolo schermo. E poi c’è il valore dell’esperienza condivisa che sia tra 50 o 500 persone”. E non è tanto apologia del passato o blablabla da vecchio trombone. Quella di Scorsese, e della sua World Cinema Foundation, è autentica passione e concreta tenacia nel restaurare e conservare vecchi film che poi come quest’anno con Enamorada di Emilio Fernandez (1946), grazie alla collaborazione con il laboratorio de L’Immagine Ritrovata, finiscono in Piazza Maggiore a Bologna per incantare migliaia di spettatore.

“Erano i primi anni Settanta, ero molto giovane e molto naive e agii di impulso, ma era un amore fortissimo che andava oltre la vita. Era orribile vedere le pellicole lasciate marcire. La generazione precedente alla nostra non si era mai posta il problema”. Scorsese rievoca l’impegno comune assieme a Brian De Palma, George Lucas, Steven Spielberg, Paul Schrader. Ricorda con entusiasmo quando nel 1990 mentre lavorava alla produzione di Quei bravi ragazzi (urla e applausi dal pubblico, nda) riuscì a mettere d’accordo gli Studios e i restauratori di film della UCLA per condividere la conservazione dei negativi del film, facendo in modo che la produzione creasse una voce di budget solo per questa pratica conservativa.

“Non uso molto il digitale. Per il nuovo film The Irishman me ne sono servito per un terzo, il resto è girato in pellicola. Il digitale mi aiuta molto negli esterni notte. Sappiamo che la celluloide dura un centinaio d’anni, mentre i nuovi formati durano cinque anni e poi vanno fatti migrare su nuovi dispositivi”, spiega zio Marty. Ed è qui che la cavalcata nella memoria assume i toni della battaglia: “Ci sono nuove strade del cinema e ci sono i vecchi film, c’è il digitale e c’è la pellicola. Ognuno deve lottare a suo modo per dimostrare a chi non ci vuole seguire che si deve vergognare. Dobbiamo spiegare ai giovani che il cinema è arte e non quello che spesso adesso viene chiamato “content”, una miscela tra pubblicità, informazioni, qualche vecchio film, e di nuovo pubblicità”.

“L’alfabetismo verbale è importante, ma deve esserlo anche quello visivo – conclude – Negli anni Sessanta la parola era più forte delle immagini; poi le immagini sono diventate sempre più importanti e in un certo senso noi cineasti abbiamo vinto quella lotta. Adesso l’immagine ha perso nuovamente importanza perché ne vengono prodotte tante e poco significative. La luce è la luce, l’ombra è l’ombra, un viso inquadrato per metà vuole dire qualcosa di preciso rispetto a riprenderlo per intero. Ricordiamocelo sempre”.

La foto in evidenza è di Lorenzo Burlando