Basta “piagnistei”. Una volta arrivati al governo, serve cambiare “il Paese, non il Movimento 5 Stelle”. Pochi avvertimenti, da parte di Luigi Di Maio, di fronte ai gruppi pentastellati riuniti alla Camera dei deputati per l’assemblea congiunta. Ma quanto basta per sedare subito l’insofferenza da parte dell’ala ortodossa nei confronti del leader. Per stroncare le accuse di subalternità alla Lega. Così come quelle per i “troppi poteri” concentrati nelle mani del vicepremier, ministro del Lavoro e Sviluppo economico, oltre che capo politico del Movimento stesso.
Altro che cambio di Statuto. Invocato da chi, come la senatrice Elena Fattori, era uscita allo scoperto per chiedere l’inizio di “una nuova era. Almeno per ora, non si cambierà. Era stata la stessa Fattori, a poche ore dall’assemblea, a chiedere maggiore collegialità nelle scelte, tanto da  rivendicare: Scaduti i primi 18 mesi del nuovo capogruppo, sarà il momento che il governo faccia il governo e il Parlamento faccia il Parlamento”. Tradotto, un assalto alla leadership e ai suoi poteri – compreso quello di nomina dei capigruppo – ampliati dalla modifica dello statuto interno dei 5 Stelle.
Parole, quelle di Fattori, alle quali era seguita da parte della senatrice pure la richiesta di “incontrare gli attivisti e organizzare una rete democratica sul territorio”. Nonché chiarimenti sul ruolo di Davide Casaleggio. Nulla da fare. Di Maio ha spento subito i malumori dei cosiddetti ‘dissidenti’. Ovvero – oltre alla stessa Fattori, già candidata per la leadership contro l’attuale vicepremier – parlamentari come la senatrice Paola Nugnes o come Andrea Colletti, Nicola Morra e Luigi Gallo. “Ascolto i consigli, non i piagnistei. Noi dobbiamo fare i fatti. Siamo al governo. E i fatti li fanno anche i parlamentari che devono lavorare nelle commissioni e approvare le leggi“, ha rivendicato Di Maio. Non senza replicare stizzito al termine della riunione, di fronte ai cronisti: “Per me troppi poteri? Sono schiacciato dalla LegaNessuno in assemblea me lo ha detto, questo lo hanno detto a voi”.
Tanto che la stessa Fattori, protagonista critica della vigilia, ha finito per smorzare (e non di poco) i toni all’uscita dall’assemblea: “Di Maio mi ha sconfessato? Ma no, c’è tempo per le nostre richieste”. E sul cambio dello Statuto? “Resto convinta che prima o poi bisognerà cambiare, ma non è così drammatica“. Fronda silenziata, o quasi. Tutto mentre a difendere Di Maio ci pensano fedelissimi come Buffagni o Battelli: “Non c’è nessuno schiacciamento sulla Lega”. Certo, le tensioni interne potrebbero presto riemergere, nelle prossime settimane. Anche perché i sondaggi premiano la Lega e l’attivismo mediatico di Salvini. L’alleato di governo che punta a monopolizzare il governo. E al quale Di Maio replica dopo le polemiche e lo scontro a distanza tra lo stesso segretario leghista e lo scrittore e giornalista Roberto Saviano: “Penso che ci dobbiamo concentrare sulle cose che stanno nel contratto, su cosa faremo per gli italiani, l’ho detto anche ai parlamentari. Poi ognuno dica quello che vuole, ma nel tempo libero”, ha tagliato corto Di Maio. Prima il contratto. Con l’obiettivo di frenare le fughe in avanti e le provocazioni salviniane.

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