Fra meno di un mese, l’11 luglio, la legge che creò la rappresentanza militare compirà quarant’anni. Tanti. Quasi certamente troppi essendo rimasta sostanzialmente immutata da allora. Quelli che ne ricordano la genesi sono naturalmente tutti molto invecchiati, io compreso, ma la legge è rimasta pervicacemente la stessa tra l’indifferenza dei più e l’ignavia dei molti politici, anche di sinistra, che hanno preferito rinviare, procrastinare, sospendere secondo logiche gattopardesche e cardinalizie piuttosto che impegnarsi a farla muovere con i tempi.

Eppure già allora era una legge rivoluzionaria, certo, ma di compromesso. Me lo ha ricordato la rilettura dell’introduzione a I diritti del soldato, un volumetto pubblicato da Feltrinelli nel 1978 nella collana Manuali di autodifesa scritto da firme autorevoli come Sandro Canestrini, Giorgio Rochat, Fabrizio Battistelli e altri oltre al sottoscritto definito “redattore di Forze armate e società”. In realtà ero il factotum e almeno la metà delle firme che apparivano sul giornale erano riconducibili a me. Nel volume Le Forze Armate tra politica e potere, 1943-1976 Virgilio Ilari fa un elenco di persone che scrivevano su Forze armate e società. Erano parecchi nomi, tra cui il mio e vari altri dei quali ricordo in particolare Francesco Jovine, il mio preferito. Nome inventato, come quasi tutti gli altri. Molti per occultare le vere identità degli autori quasi tutti sottufficiali dell’Aeronautica, altri per mascherare il fatto che una buona parte di quegli articoli li scrivevo io stesso. Un maresciallo dei carabinieri, in una delle numerose convocazioni in caserma più o meno intimidatorie che mi vennero fatte dopo che divenni il direttore responsabile della rivista, mi chiese di questo Jovine. Non ricordo cosa risposi. Certamente una bugia.

Tornando alla legge, nell’introduzione al volumetto si dice che “nasce da un evidente compromesso tra la forte spinta democratica delle lotte di soldati e sottufficiali, i tentativi delle sinistre parlamentari di adeguare le istituzioni militari alle norme costituzionali e l’accanita resistenza dello schieramento di centrodestra, dentro e fuori le caserme, fermo ad una concezione autoritaria e antipopolare delle forze armate”.

Una legge compromesso che ha resistito quarant’anni secondo il ben noto principio che in Italia il provvisorio è eterno e così, inevitabilmente, lo è il compromesso, versione dialettica del provvisorio. D’altronde Enrico Berlinguer del compromesso (storico) fece una dottrina che ha dominato il dibattito politico per trent’anni.

In assenza di riforme nella vita della rappresentanza militare hanno prevalso le ambizioni grandi e piccole, il tirare a campare, le infinite proroghe con la scusa che si stava discutendo la riforma della riforma, l’occupazione delle presidenze del Cocer da parte dei vertici delle forze armate: il capo della direzione generale del personale militare presidente del Cocer interforze, il capo del reparto dello Stato maggiore della Marina che si occupa di personale presidente del Cocer Marina, e via presidenziando. Ma soprattutto hanno proliferato i tentativi di intimidazione e condizionamento, come denunciano alcuni militari che parlano di autisti e assistenti di generali e ammiragli fatti candidare dai loro capi alle elezioni per la rappresentanza che sono in corso proprio in questi giorni.

Delle intimidazioni sono piene le cronache, per lo più ignote ai molti, di questi anni. Di qualcuna abbiamo già parlato, di tante altre no. Come la storia di Antonello Ciavarelli, maresciallo della Guardia Costiera, combattivo rappresentante del Cocer, che alcuni anni fa qualcuno tentò di incastrare in un trappolone attribuendogli sul quotidiano Libero delle dichiarazioni dove la Marina Militare di Mare Nostrum era assimilata agli scafisti che traghettavano i migranti verso l’Italia. Un inciucio infernale nato da parole mai dette dal Ciavarelli (lo ha accertato il giudice) ma pubblicate sul quotidiano. Parole dalle quali originò una nota uscita dagli uffici del capo di stato maggiore (allora c’era un certo De Giorgi noto negli ambienti della Marina per il suo strabordante autoritarismo e un auto-culto della personalità stile Kim Jong-un), transitata per il comando Carabinieri per la Marina, atterrata sul tavolo di un procuratore militare di Roma assieme a una denuncia per diffamazione contro il personale della Marina militare e delle Capitanerie. Il tutto nel breve spazio di quattro giorni (quattro-giorni-quattro, nel Paese più volte condannato dalla giustizia europea per i tempi biblici della sua giustizia). Naturalmente il gip militare (che è però un civile) ha altrettanto rapidamente archiviato il tutto restituendo al Ciavarelli l’onore temporaneamente sospeso.

Ciavarelli è alto e allampanato, potrebbe assomigliare a Don Chisciotte ma le sue battaglie sono reali e, a differenza del hidalgo de la Mancha, finora le ha quasi sempre vinte. In un mondo chiuso e separato com’è ancora oggi quello militare una storia del genere può essere fatale. Per fortuna il nostro è sopravvissuto.

Adesso comunque la vicenda terrena della Rappresentanza militare volge ormai al termine. Una settimana fa la Corte costituzionale ha pubblicato la sentenza che dichiara incostituzionale la norma che vieta ai militari l’adesione a sindacati. Quarant’anni e comincia una nuova storia. Infinita o forse no come ci ricorda Bianconiglio rispondendo ad Alice: “Per quanto tempo è per sempre? A volte, solo un secondo”. Altre volte quaranta anni.

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