Verso sera, ma non c’è un’ora precisa perché dipende un po’ da com’è andata, i pescherecci tornano dal mare e se ti capita di trovarti lì sulla grande piazza intitolata ad Aldo Moro, che è uno degli attracchi di Gallipoli, puoi perfino comprare il pesce, i gamberi, o quel che questo mare ha regalato, direttamente dai pescatori. D’accordo, succede quasi dappertutto nei posti di mare, turisti e gente del posto attratti come gabbiani sui moli all’arrivo delle barche, i primi che sbirciano i locali per capire se si fanno differenze sul prezzo, i locali che vorrebbero solo loro avere questo privilegio, dall’altra parte pescatori un po’ scontrosi dopo le ore di fatica in mare. E si torna a casa con il pesce più fresco del mondo. Scene già viste. Ma qui è la scenografia che è particolare. E affascinante. 

I pescherecci sono attraccati all’inglese con le fiancate che scricchiolano sul bordo della banchina appena mossi dalle onde su questo piccolo specchio di mare, che si chiama Seno del Canneto ed è il vecchio porto della città. Un lato della piazza è occupato da una grande chiesa, il santuario di Santa Maria del Canneto, chiesa barocca del Seicento. Su un altro lato della piazza i resti della Fontana Greca, che sembra sia la più antica fontana d’Italia costruita nel III secolo avanti. Gli storici avanzano qualche dubbio, ma che importa, è bella lo stesso. Poco più in là una micro chiesetta con micro campanile che potrebbe essere la chiesa più piccola del mondo, o un’opera pop, vista la sua drastica inutilità. Può ospitare solo una famiglia con bambini. Pochi bambini. Appena oltre la piazza si staglia un’imponente fortezza, che è il Castello Aragonese costruito nell’XI secolo su rovine romane. E poi a chiudere il quadro la striscia orizzontale della mura Urbiche che chiudono il perimetro della città vecchia. 

Ma c’è un altro “monumento”, moderno stavolta, il “Bellavista”, un enorme albergo della catena Caroli Hotels che forse non piace neppure all’architetto che l’ha costruito, un blocco di base e un blocco di vetro appoggiato sopra che, naturalmente, non hanno nulla a che fare con il contesto urbanistico. Così, dalla fontana greca fino al mostro del nostro secolo hai riassunta in pochi simboli gli estremi della storia di Gallipoli. Una cosa fa perdonare, parzialmente, l’ardita costruzione del Bellavista che non per nulla ha questo nome: dalle stanze ai piani alti, oltre il decimo, l’undicesimo, il dodicesimo il panorama è magnifico e ti sembra di volare insieme ai gabbiani, e dalla terrazza all’ultimo piano, una specie di belvedere ulteriore ancora più in alto staccato dal resto forse costruito proprio per questo (fatto il disastro urbanistico quantomeno sfruttiamolo al meglio) capisci in un solo colpo d’occhio questo luogo straordinario. Da qui riesci a vedere tutto, perfino l’isola di Sant’Andrea, quella con il faro. 

Non ci sono colline qui intorno, o ci voli sopra o non riesci a cogliere esattamente la bellezza del posto. Gallipoli nasce su una piccola isola, quasi uno scoglio. La parte vecchia sta ancora sulla sua piccola isola. Stipata dentro le sue mura, in un creativo affascinante disordine, non casuale. Così esposta in mezzo al mare naturalmente doveva subire attacchi da tutte la parti. Dai Saraceni per esempio. O da chi si trovava a passare di lì. Così un castello di difesa rivolto verso la terraferma, le spesse mura, i vicoli stretti e tortuosi per impedire i movimenti del nemico. Non ci sono piazze, sarebbe terreno sprecato, solo qualche piccolo slargo. I suv da queste parti non sono di moda. 

Quindi, prima operazione salire sulla terrazza del Bellavista che si trova sulla terraferma, seconda operazione infilarsi dentro la città vecchia attraverso un bel ponte ad archi pietra costruito nel Seicento. Sfiori in castello e ti trovi in questo magnifico meandro di stradine da farti venire in mente la Medina di Fés. A fare il giro dell’isolotto lungo la cinta delle mura ci si mette una ventina di minuti, a piedi, perlustrare l’interno è un lungo viaggio attraverso la storia. Ci vuole una guida. Come a Fés. O a New York, per dire due ambienti affascinanti e complessi che non si spiegano da soli. Da solo non te la cavi. Ti devono spiegare tutti gli angoli, i particolari nascosti. E scopri come il caso, la fortuna, la tenacia degli uomini siano riusciti a trasformare un insignificante isolotto in una preziosa minuscola metropoli.

In pochi chilometri quadrati puoi contare, nell’ordine: diciassette chiese importanti e una mezza dozzina di chiesette “secondarie”, più alcune che sono state sconsacrate e sono diventate, per esempio, la Biblioteca comunale; cinque conventi e un monastero (delle suore di clausura); una ventina di palazzi di famiglie nobili, o semplicemente ricche, in un misto di elementi classici e elementi del Barocco leccese, e così sul piccolo scoglio salentino gli stemmi araldici sulle facciate si sprecano; tre teatri e tre musei. Tutto dentro lì. Insomma, neanche a Roma. Nelle chiese ci si deve infilare ogni volta che ne compare una perché sono sempre una sorpresa. Decorate, affrescate, impreziosite con statue, ornamenti, in un preciso stile Barocco, quasi “in gara” tra di loro. E in fondo lo sono, in gara. Le chiese sono la sede delle Confraternite, cioè associazioni cristiane fondate con lo scopo di aggregare i fedeli, fare opere di bene, diffondere il culto. Hanno uno statuto, e perfino abiti, insomma costumi, propri. E nei secoli le Confraternite hanno impreziosito e abbellito le proprie chiese. E’ un retaggio antico ma ancora fortemente radicato sul piccolo scoglio salentino. Sono una dozzina e nel periodo della Settimana Santa gli adepti si addobbano con gli abiti della tradizione e organizzano spettacolari processioni. Non solo, c’è anche qualcosa di meno sacro e allegro: l’amore per le tradizioni si esprime anche attraverso uno spettacolare Carnevale, fatto di carri e sfilate, che neanche Viareggio, per dire.

Chiese perfino fastose, a cominciare dalla Cattedrale, altre volutamente sobrie come San Francesco di Paola, dimore principesche come palazzo Pirelli o palazzo Tafuri, un benessere antico con un’origine precisa, l’olio di oliva. Il “petrolio giallo” che per un paio di secoli, dal ‘600 all’800 illuminava mezza Europa e riempiva i forzieri gallipolesi, prima che Thomas Alva Edison altri inventassero la luce elettrica e lampadine. Nella fattispecie l’olio lampante, usato per fare luce nelle case borghesi (mentre i poveri usavano candele di sego o poco altro) e per alimentare i candelabri di palazzi e regge, fino alle sontuose chiese ortodosse di Mosca. 

E ci fu un tempo in cui le cisterne di Gallipoli colme del prezioso liquido erano valutate come il deposito di Paperone. I sottoprodotti, come il sapone, finivano nei bagni dei palazzi parigini. I lunghi inverni del Nordeuropa erano rischiarati dall’olio lampante di Gallipoli che aveva caratteristiche uniche di limpidezza e il pregio di fare poco fumo. Il via vai di navi sulle banchine dello scoglio salentino è stato incessante per un paio di secoli, sui moli si parlavano tutte le lingue, si era formata una classe borghese resa raffinata dagli scambi con il resto dell’Europa. Le navi portavano via l’olio e lasciavano ogni tipo di merce, porcellane inglesi, vetri di Murano che andavano a impreziosire i palazzi borghesi, e poi vini, formaggi raffinati. Anche se il vino di queste parti fa parte di una vecchia tradizione, oggi portata avanti dalle Cantine Coppola.

Il segreto stava non solo nella qualità degli ulivi, ma soprattutto nella lavorazione e nella specificità delle pietre usate per la macine e la conservazione dell’olio. Oltre alla particolarità del microclima in cui si produceva. I frantoi erano sotterranei, quasi sempre ricavati nei sottosuolo dei palazzi. Per via del microclima che si creava. Perfetto per l’olio, micidiale per chi ci doveva lavorare. Nella sola città vecchia se ne contavano una trentina. Lavorare nei frantoi ipogei era ambito perché la paga era eccezionale, si dice che un anno di lavoro consentisse di mantenere una famiglia perfino vent’anni. Ma i rischi erano altissimi. Da ottobre a marzo chi lavorava nei frantoi non usciva mai. Uomini e animali, i ciuchi che muovevano le pietre dei frantoi, non uscivano mai, mangiavano e dormivano nei sotterranei, se un animale moriva lo si cucinava e mangiava. Uscire voleva dire riabituarsi alla luce e poi al buio. Quindi non si poteva uscire. L’ambiente era malsano, poco ossigeno, germi e batteri. Si lavorava a forza di muscoli. Nei frantoi si sono trovate pipe, si suppone che fosse l’unico svago e non si esclude l’uso di oppiacei per sopportare fatica e angoscia. Al tempi si arrivava ad avere 8000 persone impiegate sotto i palazzi. Molti non ne uscivano vivi, molti perdevano la ragione. Oggi una visita nei vecchi frantoi trasformati in musei è angosciante come la vita di chi vi aveva lavorato.

Poi è arrivata la luce elettrica, la vecchia Gallipoli ha lasciato il posto alla Gallipoli moderna, la pesca certo, centinaia di pescherecci, e il turismo. Oggi e’ uno dei centri più quotati, apprezzati, frequentati e “modaioli” della nostra Penisola, capace di far concorrenza a Ibiza, per dire. Insomma non ha ancora smesso di essere internazionale piccolo scoglio. Si è sviluppata di qua dal ponte, verso l’interno della costa. Agglomerati moderni, alberghi, residence, discoteche. Ancora discoteche. Tante discoteche. Ogni anno, quando arriva la bella stagione si calcola che duecentomila persone arrivino da tutto il mondo a decuplicare una popolazione di ventimila abitanti. A godersi un po’ di storia, folklore, cucina raffinatissima (uno dei must di Gallipoli, la gastronomia: da provare le delizie dei ristoranti “Il Pescatore” e “Vinaigrette”) e spiagge. A cominciare dalla spiaggia dei gallipolesi la Purità, nella città vecchia, per spargersi su tutto il litorale. Il Lido San Giovanni, Rivabella, Baia Verde, Punta della Suina, la Baia di Punta Pizzo, strisce di sabbia e mare trasparente. Nuovi business, gente, vita notturna, rumori, qualche eccesso vacanziero, a far da contraltare alla silenziosa, ovattata città vecchia. Ma si possono godere tutti e due gli aspetti del vecchio scoglio. Basta scegliere un piccolo albergo o un B&B nella città vecchia per gustare antichi silenzi, e poi via a vivere il mare, con tutti i suoi piaceri ed eccessi dell’Ibiza salentina, di giorno e di notte.

Info 

A Gallipoli esiste un’efficiente ProLoco in grado di fornire tutte le informazioni turistiche necessarie per una perfetta vacanza. Sito web: www.prolocogallipoli.it E mail: gallipoli.proloco@gmail.com Telefono 833 264283. Si trovano anche guide turistiche professionali indipendenti se si vogliono scoprire, a lato della vacanza, tutti gli aspetti storici e artistici di una città piena di sorprese. Da menzionare la guida Eugenio Chetta e un riferimento utile è anche Gianpiero Pisanello (gian.pi2@virgilio.it), operatore culturale e cultore di tradizioni locali e popolari.