Un narcisista, un innovatore, un cazzone, un genio. Chi è davvero Kanye West? È la domanda che ci siamo fatti un po’ tutti in questi anni ascoltando la sua musica. Una domanda che è tornata attuale il 1 giugno quando è uscito il suo nuovo disco, Ye. Un progetto particolare composto da sette tracce per una durata di appena 23 minuti. Gli ultimi due anni sono stati difficili, se non drammatici per il rapper di Chicago. Prima l’annuncio in pompa magna di una sua possibile candidatura alle prossime elezioni del 2020, poi un esaurimento nervoso con tanto di ricovero in ospedale e infine la depressione. Senza dimenticare ovviamente il suo rapporto di amicizia e stima con Trump, gli istinti suicidi, il problema con gli psicofarmaci e alcune dichiarazioni discutibili sulla schiavitù che gli hanno causato un harakiri mediatico.

In Ye è come se Kanye si inginocchiasse davanti all’ascoltatore raccontandogli tutto quello che ha combinato nel corso della sua vita. “I hate being bi-polar. It’s awesone” (odio essere bipolare, è fantastico) si legge sulla copertina del disco. West ancora una volta ha spiazzato un po’ tutti, con un disco neanche paragonabile ad alcuni suoi capolavori del passato (The Life of Pablo su tutti), ma con una propria identità. Ye non ha un singolo, una hit, ma propone tre/quattro pezzi di assoluto spessore. La scrittura è curata nei minimi dettagli. Ci sono alcuni versi che catturano e tormentano l’ascolto.

L’album si apre con queste frasi: I pensieri più belli stanno sempre accanto ai più scuri/ Oggi ho seriamente pensato di ucciderti/ Ho contemplato, premeditato l’omicidio/ E penso al suicidio. In “I Thought About Killing You” la prima traccia del disco Kanye parla della sua depressione, dei suoi istinti suicidi della sua dipendenza da oppiacei senza nascondersi. È l’album del riscatto, scritto e registrato in un paesino del Wyoming, uno degli stati più piccoli d’America popolato in gran parte dalla destra bianca. Tra le montagne sperdute il rapper di Chicago in completa solitudine si è messo a nudo e si è sfogato. In Wouldn’t leave, forse il pezzo migliore di Ye, Kanye sembra quasi scusarsi per le sue uscite a vuoto. In un’intervista a Tmz, il rapper aveva definito la schiavitù una scelta. In Wouldn’t leave ecco che arriva il mea culpa. Kanye si genuflette: “La schiavitù è una scelta”, hanno risposto “Come, Ye?”/ Ora sono su cinquanta blog, ho cinquanta chiamate/ Mia moglie mi chiama e grida, “Perderemo tutto!”/ Ho dovuto calmarla, non riusciva a respirare/ Le ho detto che poteva lasciarmi subito ma non ha voluto andarsene.

Ye è un album personale ma allo stesso tempo sfuggente. West accenna ai suoi problemi senza andare fino in fondo, galleggia sulla superficie. Mike Dean, Benny Blanco, Che Pope, i principali compositori del disco, hanno realizzato un’avventura sonora molto interessante. Nonostante duri una manciata di minuti, il disco ha tante sfumature particolari. No Mistakes, il brano in cui Kanye risponde al dissing di Drake, ha influenze molto soul, mentre Violent Crimes crea un’atmosfera seducente in cui ci si immagina di percorrere le lunghe strade d’America con il braccio fuori dal finestrino e lo stereo a palla. All Mine, che vede la partecipazione di Valee e Ty Dolla, è più il classico pezzo da club.

Ma chi è davvero Kanye West? Quello che in Ghost Town ripete più volte “Sto provando a farmi amare/ Ma tutto quello che faccio non fa che allontanarvi” o quello che si fa i selfie e omaggia Donald Trump? Difficile dirlo. La verità è che dal rapper di Chicago ti puoi aspettare sempre un po’ di tutto. Fino a qualche tempo il passatempo preferito dei media americani era leggere i suoi tweet sparava sentenze assurde in 140 caratteri. Di colpo poi è sparito dai social chiudendo il suo profilo. In questo disco forse sarebbe potuto andare più in fondo. Farci capire davvero chi è diventato Kanye West. Per molti Ye è l’album del riscatto, della purificazione. Difficile prendere una posizione così netta davanti a un personaggio contrastante e divisivo come West. In alcuni pezzi è così geniale che viene quasi da perdonargli le sciocchezze fatte e dette nell’ultimo periodo. La speranza è che nei prossimi mesi o anni quando si parlerà di Kanye West lo si farà solo per la sua musica e non per qualche sparata a vuoto.