Ricordo mia madre che scaldava il latte, le centinaia di biberon nelle ceste di vimini e le corse verso la stazione marittima dove quelle migliaia di disperati avevano trovato posto sui carri per il trasporto delle auto sui quali riposavano, riparati dai teli in cellophane.

Ricordo quando aprimmo il garage condominiale, i chili di pasta cucinati in ogni casa e i pentoloni portati dove le tavolate sfamavano centinaia di albanesi ogni sera. Ricordo nonna che non ebbe paura di aprire il suo bagno, la sua sala e il suo divano a donne e bambini che non avevano una vasca dove lavarsi né un cuscino dove sognare.

Oggi che chiudiamo i porti a 629 migranti – e chissà quanti altri ne lasceremo in balia del mare nelle prossime settimane – mi ritornano in mente quelle immagini del marzo 1991. Era il 7, un giovedì. Non avevo neanche quattro anni quando a Brindisi arrivarono 27mila albanesi in 24 ore. Una nave dopo l’altra, quella gente vestita di stracci e di speranze – pure quella organizzata, spesso, da gente senza scrupoli – fuggiva dalla fame e da un Paese in piena anarchia.

Giova ripeterlo: ventisettemila. In 24 ore. 

In una città di neanche 90mila abitanti. Un’emergenza. Vera. Le proporzioni rendono meglio l’idea: è come se in Italia arrivassero quasi 20 milioni di persone in pochi giorni. Eppure nessuno chiuse il porto di Brindisi. Entrarono le zattere in legno, a vela, partite dall’altra parte del mar Adriatico. E pure le navi sequestrate dagli albanesi nei porti di Durazzo e Valona con migliaia di bambini a bordo.

Il governo in quei giorni semplicemente non fiatò. Né per dire che le navi non potevano entrare né per dare una mano alla città, che si arrangiò da sola sotto la guida di un giovane sindaco, Pino Marchionna. Due anni fa, nel venticinquesimo anniversario del primo esodo successivo al crollo del muro di Berlino, raccontai le storie di quei giorni.

Ce ne sarebbero centinaia di albanesi che sono rimasti albanesi, diventando italiani. C’era, per esempio, Pjer Gjoni che oggi è uno dei più apprezzati medici del Pronto soccorso di Brindisi e sta ancora cercando l’uomo che gli diede i soldi per chiamare i suoi parenti in Albania. E pure Astrit Cela, ora impiegato alla Camera di commercio di Milano e sposato con una donna che si chiama Brambilla, il più milanese dei cognomi. Soprattutto c’era, in quell’articolo, il ricordo di quel sindaco che poteva chiedere l’intervento dell’esercito e invece parlò alla sua gente.

Disse parole di profonda umanità, vere, facendole girare in radio e tv ogni dieci minuti: “Hanno solo fame e freddo, aiutateli“. È cambiato molto da allora, compreso il vocabolario della politica. Forse per questo è cambiato anche il vocabolario delle persone comuni. Restano valide però quelle sei parole, perché all’osso la questione è sempre quella, anche se percepita in maniera diversa.

Hanno solo fame e freddo, aiutateli.

Le foto in evidenza sono di Damiano Tasco