Ha stravinto come previsto. Ma ora ha un’altra data segnata in rosso sulle sue agende: il processo che lo vede imputato per peculato. Il giorno della sentenza per lui sarà importante come quello delle elezioni. Perché in caso di condanna Salvo Pogliese rischia di essere sospeso da sindaco di Catania per 18 mesi. E la città appena “scippata” al redivivo Enzo Bianco – alla quinta candidatura – finirebbe in balia di un commissario. È la legge Severino che lo prevede per gli amministratori accusati di corruzione, concussione, abuso d’ufficio e peculato. Cioè il reato contestato dalla procura di Palermo all’europarlamentare di Forza Italia da poche ore sindaco della città etnea.

Il caso Pogliese, sindaco a rischio sospensione – Pogliese, capace di sfondare il muro del cinquanta percento dei voti (sarebbe bastato prendere il 40% più uno per evitare di passare dal ballottaggio), è finito coinvolto in un’indagine nota con un eloquente appellativo: “Spese pazze all’Ars. I fatti risalgono alla legislatura 2008/2012 quando l’eurodeputato era vicecapogruppo del Pdl, ma nei fatti coordianava l’area di Alleanza Nazionale. Secondo gli inquirenti erano 14 i deputati che utilizzavano i fondi pubblici assegnati a ogni gruppo parlamentare per scopi personali. All’inizio l’inchiesta aveva coinvolto ben 97 persone: molte posizioni vennero archiviate, altre stralciate, altre ancora subirono solo un processo erariale. Alcuni, però, finirono a giudizio. È il caso di Pogliese, che in un primo momento era stato accusato di peculato per una cifra vicina ai 70mila euro. Alcune contestazioni sono cadute in fase preliminare e adesso l’aspirante sindaco di Catania è a processo per poco più di 40mila euro. Soldi che per l’accusa Pogliese avrebbe intascato effettuando bonifici dal conto corrente del partito a quello personale. Non è andata così secondo il suo legale, l’avvocato Giampiero Torrisi, che è convinto di poter dimostrare l’assoluta innocenza dell’esponente di Forza Italia. Quei bonifici, infatti, sarebbero rimborsi che Pogliese avrebbe intascato dopo aver anticipato di tasca propria il denaro per coprire alcune spese del gruppo Pdl, all’epoca a corto di liquidità. “Io sono l’unico parlamentare d’Italia che ha anticipato i soldi per pagare il tfr ai dipendenti del suo gruppo parlamentare. Tutto è documentato e in regola. Sono talmente sereno che mi sono candidato sindaco, dimettendomi da europarlamentare in caso di elezione e rinunciando così all’immunità parlamentare”,  diceva al fattoquotidiano.it il diretto interessato alla vigilia del voto che lo avrebbe incoronato primo cittadino della città etnea.

Scajola al ballottaggio: il caso dell’ex ministro “a sua insaputa” – Non rischia la sospensione, ma è comunque imputato in un procedimento delicato l’ex ministro Claudio Scajola, il candidato sindaco più votato nella sua Imperia, atteso al ballottaggio tra due settimane dallo sfidante di centrodestra.  Il reato che gli contesta la procura di Reggio Calabria è procurata inosservanza della pena e intestazione fittizia aggravata dall’articolo 7. Cioè aggravata dall’aver favorito la ‘ndrangheta. Scaloja, infatti,  è accusato di aver favorito il latitante – ed ex parlamentare di Forza Italia – Amedeo Matacena, nel tentativo di trasferirsi da Dubai e Beirut, in Libano. Secondo gli inquirenti, l’ex ministro avrebbe agito “consapevolmente al fine di proteggere Matacena quale soggetto in grado di fornire un determinante e consapevole apporto causale alla ‘ndrangheta reggina, attraverso lo sfruttamento del suo rilevantissimo ruolo politico e imprenditoriale e per questa via agevolare il più ampio sistema criminale, imprenditoriale ed economico, riferibile alla predetta organizzazione di tipo mafioso, a cui favore il Matacena forniva il suo costante contributo”. Nel suo curriculum ben due dimissioni da ministro. La prima a causa delle polemiche sollevate dalla definizione di “rompicoglioni” affibbiata al giuslavorista Marco Biagi, a pochi mesi dal suo omicidio (e dopo che il ministero da lui presieduto gli revocò la scorta). La seconda dopo essere stato coinvolto nella vicenda della casa vista Colosseo pagata “a sua insaputa” in parte dall’imprenditore Diego Anemone. Un’inchiesta giudiziaria in cui Scajola era accusato di violazione della legge sul finanziamento ai partiti politici, poi finita prescritta in appello.

Lo scatenato Cateno De Luca – La prescrizione ha salvato anche Cateno De Luca, che potrebbe accedere al ballottaggio a Messina. Il condizionale è d’obbligo visto che la città sullo Stretto rischia di vincere il premio per lo spoglio più lento: a 20 ore dalla chiusura dei seggi sono state scrutinate solo 217 sezioni su 254. Il consigliere regionale è comunque dato secondo a circa mille voti di distanza dal terzo classificato. Nel novembre scorso è stato assolto e prescritto (grazie alla legge Severino) dalle accuse di tentata concussione, abuso d’ufficio e falso in atto pubblico. Due giorni prima aveva conquistato notorietà nazionale perché era stato arrestato due giorni dopo l’elezione al consiglio regionale con l’accusa di evasione fiscale. Tornato libero dopo la revoca dei domiciliari, ma ancora indagato, si era fatto immortalare mentre suonava la zampogna all’Assemblea regionale siciliana. Sempre a Palazzo dei Normanni aveva inscenato, qualche anno fa, la più ridicola delle proteste: si presentò in mutande nella sala stampa del Parlamento regionale. Per poi coprirsi soltanto con la Trinacria.