“Contro la Fiat un operaio può vincere una partita ma non il campionato”, dice Mimmo Mignano con gli occhi impiastricciati di pomata. Lo hanno medicato perché si è rovesciato in testa una tanica di benzina. Voleva darsi fuoco sotto casa del ministro del Lavoro, il suo concittadino Luigi Di Maio – venuto poi a trovarlo in ospedale – dopo aver appreso che la Cassazione aveva ribaltato il giudizio della Corte d’appello annullando la sentenza che aveva restituito a Mimmo il suo suo posto di lavoro.

Quella era stata la partiva vinta dagli operai contro la Fiat. I giudici di secondo grado avevano imposto all’azienda di ritirare i licenziamenti disciplinari scattati nei confronti di Mimmo Mignano, di Antonio Montella, di Massimo Napolitano, di Marco Cusano e di Roberto Fabbricatore che per protesta avevano inscenato il suicidio di Sergio Marchionne a uso delle telecamere dei tg.

Anche se per due anni la Fiat (oggi Fca) ha preferito pagare ai cinque lo stipendio senza farli mai rientrare in fabbrica, la corte aveva ritenuto legittima la macabra protesta del 2014, quando tre lavoratori di Pomigliano si erano uccisi dopo essere stati trasferiti a Nola, in quello che le tute blu ancora chiamano “reparto confino”. “Nola era l’anticamera del licenziamento, la disperazione” dice Mimmo. Lo pensava anche Maria Barbato, l’ultima a togliersi la vita nei giorni precedenti la protesta. Lo aveva lasciato scritto in una lettera d’addio, prima di tirarsi tre coltellate al petto: “Non si può vivere sul ciglio del burrone dei licenziamenti”. Per questo in appello i cinque erano stati assolti. Perché la loro protesta, per quanto macabra, non era parsa gratuita ma mirata a denunciare un fatto vero: a Nola si erano uccisi in tre a causa delle condizioni di (non) lavoro. La protesta costituiva dunque per i giudici un legittimo esercizio del diritto di critica e di satira.

Lo ricorda anche la Cassazione, che riporta le motivazioni dell’Appello:

“La Corte distrettuale ha ritenuto legittimo, per quanto aspro, esercizio del diritto di critica manifestato dai lavoratori mediante la rappresentazione scenica dell’impiccagione dell’amministratore delegato della società, del suo testamento e del suo funerale in quanto ha ritenuto rispettati i limiti della continenza sostanziale e formale, ricollegandosi la rappresentazione a drammatici eventi verificatisi poco prima dell’episodio disciplinare in esame e già oggetto di diffusione mediatica (i suicidi di alcuni lavoratori i quali avevano lasciato degli scritti ove esprimevano amarezza e dolore per la situazione di precarietà vissuta da anni nell’azienda ricorrente)”.

La Cassazione ha però assunto il punto di vista della Fiat e accolto il ricorso copiando e incollando le motivazioni degli avvocati di Marchionne: “La rappresentazione scenica, considerata in tutti i suoi elementi (il patibolo, il manichino impiccato con la foto dell’amministratore delegato, lo scritto affisso al a mo’ di testamento, le tute macchiate di vernice rossa a mo’ di sangue) ha esorbitato dai limiti della continenza formale attribuendo all’amministratore delegato qualità riprovevoli e moralmente disonorevoli, esponendo il destinatario al pubblico dileggio, effettuando accostamenti e riferimenti violenti e deprecabili in modo da suscitare sdegno, disistima nonché derisione e irrisione e travalicando, dunque, il limite della tutela della persona umana richiesto dall’art. 2 della Costituzione che impone, anche a fronte dell’esercizio del diritto di critica e di satira, l’adozione di forme espositive seppur incisive e ironiche ma pur sempre misurate tali da evitare di evocare pretese indegnità personali”.

La satira che per i giudici d’Appello aveva diritto d’esser aspra e macabra perché volta a criticare una precisa condotta dell’azienza (“La rappresentazione scenica realizzata, per quanto macabra, forte aspra e sarcastica, non ha travalicato i limiti di continenza del diritto di svolgere valutazioni critiche dell’operato altrui”), per quelli di Cassazione può essere al massimo “ironica” ma pur sempre “misurata”. Se si esagera con la satira si viene licenziati: “L’esorbitanza dai limiti della correttezza formale della critica espressa da lavoratori è pure comportamento idoneo al ledere definitivamente la fiducia che sta alla base del rapporto di lavoro, introducendo in azienda una conflittualità che trascende il regolare svolgimento e la fisiologica dialettica del rapporto di lavoro”.

La dialettica è fisiologica, il conflitto è patologico: anche qui la Cassazione ricalca il punto divista di Fca e di Confindustria.

Ho riletto il codice civile sperando di trovarci una scriminante della rabbia. Una causa oggettiva di esclusione della configurabilità di un reato e quindi della sua punibilità, nella disperazione di chi ha visto le donne e gli uomini che lavoravano al suo fianco pendere da un cappio. Circostanza attenuante che la stessa Cassazione riconosce là dove impone anche all’azienda di pagare le spese processuali “in considerazione della grave situazione di turbamento psicologico in cui i fatti si sono verificati”. È facile rispettare ogni limite di continenza e misura imposto alla satira da Marchionne e dai giudici di Cassazione per Moni Ovadia, per Ascanio Celestini, per Marco Travaglio, per Lo Stato Sociale che ha portato la storia dei cinque operai a Sanremo, per me, per gli autori che con noi hanno sottoscritto l’appello in difesa dei licenziati di Pomigliano che non hanno aggredito o minacciato fisicamente nessuno, hanno solo inscenato una protesta satirica giudicata troppo truce.

Noi scriviamo adagiati sulle nostre poltrone ergonomiche, le stesse dalle quali i giudici scrivono le sentenze. Noi recitiamo in teatro e in tv, ci indignamo leggendo che Marchionne guadagna in un giorno quel che un suo operaio guadagna in un anno, ci incazziamo contando quanti soldi pubblici ha intascato la Fiat per poi delocalizzare e mettere in cassa integrazione – sempre a spese nostre – gli operai che potrebbero lavorare al posto dei loro colleghi costretti a fare gli straordinari il sabato e a trattenere i bisogni fisiologici per non rallentare la catena di montaggio; e allora noi facciamo le battute su Marchionne che vuole andare a produrre le macchine in India perché ha letto che sulle rive del Gange c’è un ashram di fachiri che trattengono la pipì per 24 ore, ahahahah, ci vengono in mente le battute ma non di darci fuoco o imbrattare di sangue finto le tute blu e inscenare macabri teatrini nella speranza che i giornali si accorgano di noi: non siamo così disperati. Si dispera chi per l’angoscia di perdere il posto si toglie la vita, chi patisce il freddo delle notti trascorse a dormire in macchina negli anni in cui perde lo stipendio e di conseguenza la casa, come è successo ai cinque operai di Pomigliano; e quella disperazione talvolta conduce i lavoratori a travalicare i limiti quando manifestano liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto, i manichini, le tute imbrattate di sangue finto “e ogni altro mezzo”.

Per mantenere la satira e la critica entro i limiti della correttezza formale ci sono alcune regole da rispettare e una è quella che le sentenze non si commentano. Desidero infrangerla per esprimere solidarietà ai tanti lavoratori come Mimmo, Marco, Roberto, Massimo e Antonio. Ai lavoratori troppo disperati per fare pensieri che non siano truci e macabri, ai lavoratori che per accendere il faro dei media sulla loro condizione devono arrampicarsi sulle gru e sui tetti dei magazzini e vengono per questo incriminati per “sabotaggio industriale”, un reato da Codice Rocco, come è appena successo ai facchini di Piacenza che si erano ribellati ai loro caporali. Ai lavoratori che per rabbia e necessità protestano in modo sguaiato, eccessivo, lesivo della reputazione dell’azienda, una reputazione che nel bilanciamento di interessi contrapposti viene tutelata da questa sentenza più del diritto di critica degli operai che hanno osato infangarla, più della loro stessa vita.

Quello dei giudici di legittimità è certamente un giudizio misurato e corretto dal punto di vista del diritto. Non ho mai pensato che la giustizia e la legge siano la stessa cosa, o la legge si sarebbe dotata di commi e combinati disposti utili a stabilire che la disperazione dei lavoratori cassintegrati dalle aziende che vantano profitti miliardari non possa trasformarsi in una colpa invece che in una ragione

P.s.
I colleghi dei cinque operai hanno lanciato una cassa di resistenza. Ciascuno può inviare il proprio contributo ad Antonio Barbati, IT57T 02008 32974 023309421592