La chiama “flessibilità investigativa” ed è la possibilità di offrire benefici a chi decide di collaborare con gli inquirenti. È questa la principale necessità legislativa utile per combattere la corruzione secondo Paolo Ielo, procuratore aggiunto di Roma. Intervenuto al dibattito sui costi economici e sociali dell’illegalità, moderato dal direttore Peter Gomez, il magistrato titolare dell’inchiesta su Mafia capitale ha commentato le misure anticorruzione attualmente vigenti in Italia e quelle previste dal contratto di governo siglato dal Movimento 5 stelle e dalla Lega.

“Qualcuno deve raccontartela la tangente” – “Tutte quelle proposte che vanno nella direzione di incrementare la lotta alla corruzione impedendo qualsiasi accesso a riti premiali in realtà rischiano di avere come effetto l’impossibilità di forme di collaborazione, che sono fondamentali in un processo. Eischiano di avere come effetto l’impossibilità di avere collaborazione dei protagonisti dell’atto corruttivo. Nel processo quello che funziona è che qualcuno prima o poi venga a raccontartela la tangente“, ha detto il pm, riferendosi al fatto che nella parte dedicata alla giustizia del programma M5s – Lega non si faccia alcun cenno a possibili vantaggi per chi decide di saltare il fosso e rivelare agli inquirenti retroscena, protagonisti e modalità del sistema delle mazzette.  

Le critiche alla riforma del patteggiamento – “La corruzione è un patto che ha un forte legame solidaristico. Serve tutto quello che ti consente di investigare sugli autori di questo patto. Servono le intercettazioni telefoniche ma serve anche la collaborazione di uno degli autori di questo patto. Mani pulite è andata avanti perché c’erano una serie di persone che raccontavano fatti. Il momento della collaborazione di uno degli attori protagonisti del patto corruttivo è fondamentale“, spiega Ielo, giovane giudice per le indagini preliminari ai tempi di Tangentopoli. “Ci sono una serie di interventi legislativi, anche del recente passato, che sembrano essere indirizzati verso l’irrobustimento della lotta alla corruzione ma invece poi vanno in senso opposto”, ha aggiunto il pm riferendosi a quei provvedimenti varati dal governo di Matteo Renzi L’articolo 6 della legge 69/2015 – la cosiddetta “legge anticorruzione” – ha infatti modificato la disciplina di accesso del patteggiamento per alcuni tipi di delitti – dal peculato alla corruzione – prevedendo che per beneficiare di questo rito speciale bisogna prima restituire integralmente il profitto conseguito. Se per esempio un pubblico ufficiale che si è fatto corrompere nell’esercizio delle sue funzioni volesse confessare davanti all’autorità giudiziaria un giro di tangenti al quale ha preso parte dovrebbe restituire l’ammontare totale delle mazzette intascate in ogni singolo fatto confessato. In caso contrario non potrebbe accedere al patteggiamento e avere quindi eventuali sconti di pena. Una condizione impossibile nella maggior parte dei casi visto che i presunti corrotti raramente hanno a disposizione la liquidità corrispondente a tutte le somme ricevute illegalmente. Perché dovrebbero collaborare quindi?

“Occorre flessibilità investigativa” –  È proprio questo passaggio che blocca eventuali collaborazioni. “Quando si condiziona la possibilità di patteggiare all’integrale risarcimento del danno automaticamente si impedisce ogni forma di collaborazione. Tu hai portato via la grana e vuoi patteggiare? Per farlo devi restituire quanto preso. Questo impedisce ogni forma di collaborazione. Quello di cui noi abbiamo bisogno sono strumenti di flessibilità investigativa. Noi abbiamo bisogno che chi è protagonista del patto corruttivo a un certo punto si penta anche perché il giudice gli riconosce dei benefici”, è il ragionamento di Ielo. Che implicitamente chiede un intervento legislativo per introdurre il concetto di “premio” e incentivare gli indagati a collaborare con le indagini. “Se io faccio parte di un’organizzazione che ha come finalità la corruzione e decido di collaborare non ho nessuna possibilità d’incassare benefici”, ha spiegato prima di fare un esempio reale. “Qualche mese fa, all’interno di una complessa indagine, riferendomi a un determinato soggetto mi sono chiesto: ma a questo non gli converrebbe venire a parlare con noi? Mi è stato fatto notare che se il medesimo soggetto avesse confessato tutto quello che ha fatto, trentanni di pena non sarebbero bastati. Sono queste le cose che occorrono per fare camminare la macchina delle indagini”.

“Agente provocatore potrebbe essere inutile” – Il procuratore aggiunto della Capitale ha anche commentato la proposta – contenuta sempre nel contratto di governo M5s – Lega – d’introdurre la figura dell’agente provocatore. “Sono dell’idea che l’agente provocatore possa non essere utile perché in un paese dove di corruzione ce n’è tanta, non bisogna andare a inventarcela, dobbiamo scoprire quella che c’è”, ha piegato sottolineando che invece “lo strumento dell’undercover (cioè l’agente infiltrato, ndr) per trovare e raccogliere le prove è molto utile”. 

Il ministro Bonafede a Bari: “Valuto decreto legge per tendopoli” – Le parole di Ielo saranno probabilmente utili al nuovo ministro della giustizia Alfonso Bonafede che, in un’intervista al Fatto Quotidiano, ha spiegato di voler intervenire immediatamente sulla riforma delle intercettazioni e sul decreto attuativo della riforma penitenziaria, “perché mina la certezza della pena“. Nessun cenno alle modalita che il nuovo esecutivo intende seguire per intervenire sul mondo della corruzione. In giornata il guardasigilli è andato a Bari per visitare la tendopoli allestita nel parcheggio del Palagiustizia di via Nazariantz dopo che l’immobile è stato dichiarato inagibile. “Chiaramente – ha detto Bonafede – di persona fa impressione, non ci sono dubbi. La situazione è veramente impossibile. Valuterò nelle prossime ore se con un decreto legge si può intervenire immediatamente per sospendere i termini (processuali, ndr) e, quindi, per poter smantellare le tende, perché attualmente nelle tende ci sono udienze di rinvio che sono necessari”.