Alcune delle principali aziende di “food delivery” pagano poche decine di migliaia di euro di Irap, l’imposta regionale sulle attività produttive. Due non hanno pagato niente perché dai loro bilanci emergono valori di produzione addirittura negativi. Lo denuncia un consigliere regionale di Liberi e uguali in Piemonte, Marco Grimaldi, chiedendo alla Regione di attivare dei controlli per capire se dietro possa esserci un’elusione fiscale attuata col “profit shifting”, il trasferimento di utili all’estero per godere di una tassazione più favorevole.

“Esistono diverse ipotesi – ha ipotizzato in aula Grimaldi -: le aziende del mercato delivery potrebbero godere di finanziamenti che ripianano ogni anno le perdite sempre più grandi, o magari potrebbero praticare profit shifting o altre pratiche volte a erodere l’imponibile, per non pagare le tasse in Italia, spostando gli utili verso l’azienda madre, con sede dove vige il regime fiscale più vantaggioso”. A lui ha risposto il vicepresidente e assessore al bilancio Aldo Reschigna spiegando che, sulla base di un protocollo di intesa tra la Regione, Agenzia delle entrate, Guardia di finanza e Anci, potrebbe chiedere di sollecitare una verifica.

Dai documenti che ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare, emerge che Just Eat, la prima azienda di food delivery approdata in Italia, ha versato circa 30mila euro nell’ultima dichiarazione dei redditi. Dalla dichiarazione dei redditi di Foodora e Deliveroo, arrivate nel 2015, risulta un pagamento dell’Irap pari a zero. Nonostante il successo della loro attività, entrambe hanno un segno meno nei valori di produzione. A gravare sul bilancio della DS XXXVI Italy, la società italiana di Foodora, sono soprattutto i costi per i servizi per un valore di circa 3,9 milioni nei quali, si apprende dall’azienda, sono inclusi i compensi dei rider (e quindi non verrebbero conteggiati sotto la voce stipendi e salari, che riguarda soltanto i dipendenti effettivi).

L’azienda, poi, sottolinea come i bilanci e le dichiarazioni inquadrino la fase di avvio delle attività, dove quindi gli introiti sono ancora bassi. Anche Deliveroo, legata alla britannica Roofood Ltf, ha avuto costi di servizio molto alti, quasi 4,8 milioni di euro, ripianati dalla casa madre con un investimento di cinque milioni di euro per questa fase di startup. Questo porterebbe a escludere il rischio di un profit shifting. “Deliveroo è orgogliosa di essere la società che cresce più velocemente in Europa – replica l’ad Matteo Sarzana alle accuse -. La società sta investendo in modo estremamente significativo per assicurare una rapida crescita globale, compresa l’espansione nelle principali città italiane dove collabora con un numero sempre maggiore di rider e ristoranti. I recenti investimenti in Deliveroo aiuteranno la società a espandersi ancora nel mondo, portando sempre più cibo di qualità direttamente nelle abitazioni e negli uffici. Questo assicurerà sviluppo per l’economia italiana, creando nuovi posti di lavoro, aiutando la crescita dei ristoranti, e anche delle casse dello Stato”. Insomma, tra le due ipotesi formulate da Grimaldi, sembra più probabile la prima, quella sui finanziamenti che ripianano ogni anno le perdite. “Soldi loro – afferma il consigliere -. Se fosse chiaro che non c’è alcuna politica di bilancio aggressiva non ce ne occuperemmo, ma non ci si racconti che lo scopo sociale sia fare beneficenza a favore dei ristoranti partner, o peggio di lavoratori senza diritti”.

Ma Grimaldi insiste. “Se fosse normale che, trattandosi degli anni di avviamento, il risultato operativo fosse negativo, potremmo sentirci tranquilli – conclude -. Tranquilli noi, perché si presume che il prossimo anno le aziende paghino finalmente l’Irap. Tranquilli loro nel caso in cui l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza controllino che cosa viene incluso nel costo dei servizi”.