Renzi sta appestando il Partito democratico. Il fenomeno (con il suo agitarsi in televisione e il suo affannarsi dietro le quinte) merita una riflessione seria. Perché all’affacciarsi di un governo, nei cui meandri si agitano tendenze xenofobe e nel cui retroterra vi sono anche pulsioni contrarie allo spirito della nostra Costituzione, l’esistenza di un partito con una robusta ispirazione democratica e sociale, non riguarda solamente i simpatizzanti del Pd e di una sinistra riformatrice: riguarda il funzionamento della democrazia in Italia.
Il caso Renzi non può essere affrontato nell’ambito del teatrino italiano, che tutto digerisce (vedasi la vicenda di Berlusconi), ma unicamente mettendosi in un’ottica europea e occidentale, quella delle democrazia avanzate.

Ora non esiste in nessun Paese che un generale, un manager o un politico, divenuti responsabili di una sconfitta rovinosa, possano pretendere di continuare a guidare e controllare la propria organizzazione. Dopo Caporetto, il general Cadorna sparì dalla scena. Dopo il voto sulla Brexit, David Cameron si è ritirato in buon ordine. In Germania dopo le elezioni perse Martin Schulz ha fatto lo stesso. In Francia, dopo la sconfitta al referendum costituzionale del 1969 il presidente Charles De Gaulle – che pure era un eroe nazionale – chiuse con la politica.
Renzi ha perso in maniera rovinosa il referendum costituzionale del novembre 2016.

Con un aspetto da non da trascurare: l’80 per cento dei giovani elettori bocciò allora il premier, che vestiva da Fonzie e masticava parole smart – segno della profonda sfiducia degli strati giovanili verso un politico, incapace di prendersi cura del dramma dei precari e sottopagati di massa. Contrariamente all’impegno roboante di ritirarsi dalla politica Renzi ha continuato a manovrare il Pd, redigendo liste di candidati suicide perché ristrette quasi esclusivamente ai suoi fedelissimi e portando i democratici alla catastrofe elettorale più eclatante della storia. Perché tornare a ricordare questi fatti, che in termini concreti significano cinque milioni di voti persi rispetto alle elezioni europee del 2014 e oltre 2 milioni e mezzo rispetto a tutti gli appuntamenti elettorali nazionali e amministrativi poi seguiti?

Perché il leader di Rignano è disperatamente attaccato al suo delirio di capo e in ogni modo è deciso a fare il puparo. Con un effetto rovinoso immediato: la sua permanenza, favorita dalla pusillanimità dei suoi oppositori e dall’aver imbottito il Parlamento di suoi scudieri, ha impedito finora che il Pd facesse una seria critica e autocritica della politica che ha portato alla catastrofe elettorale.
Si provi a riascoltare il discorsetto penoso (a metà tra insulso e furbetto) con cui Renzi annunciò le semi-dimissioni da segretario dopo le elezioni. Da allora non c’è stato mai nel Pd un momento di analisi realistica e senza sconti della strategia, che ha abbattuto il partito. L’esito è stato palese. Durante gli ultimi tre mesi di gestazione del nuovo governo il Pd non è riuscito a produrre un atto politico rilevante e meno che mai una proposta da indicare al Paese.

Afasia e irrilevanza sono destinati a continuare fino a quando Renzi farà da tappo, impedendo un nuovo inizio e lasciando che i più fanatici tra i suoi seguaci ripetano a pappagallo “E gli altri allora … e gli altri?”. Gli altri sarebbero i gufi nel partito, che tutto avrebbero rovinato (non si sa come, visto che le masse elettorali si sono mosse da tempo secondo logiche dettate dai problemi quotidiani non risolti e non perché influenzati da una mediocre dialettica di partito).

Vista in un’ottica europea, la pretesa (sognata) di Renzi di porsi come il Macron italiano è semplicemente ridicola: il presidente francese viene dall’Ecole national d’Administration (Ena), la scuola di eccellenza degli alti dirigenti di Stato, ha lavorato nella cerchia del filosofo protestante Paul Ricoeur (al crocevia di problemi di filosofia, teologia, politica, storia ed economia), si è fatto le ossa dei ranghi della banca Rothschild&Co, è stato ministro dell’Economia, ha un bagaglio culturale e una consuetudine cosmopolita che non ha assolutamente nulla a che fare con un giovanotto, la cui unica esperienza lavorativa è stata di fare il capetto dei galoppini precari per l’azienda di papà.

Non si esce dallo stallo del Pd se non si va rapidamente all’azzeramento di tutta la dirigenza, che ha condotto il partito al disastro (la pausa-trasferta americana di Renzi è solo un ridicolo escamotage estivo). Una persona moderata, molto moderata, come il sindaco di Milano Giuseppe Sala sosteneva qualche settimana fa che invece di pensare a candidature al posto di segretario, sarebbe più produttivo affidare a “dieci saggi”la gestione di una fase costituente di analisi e proposta per riprendere a parlare alla società italiana.

Una proposta, ha chiarito, che necessariamente dovrà essere “radicalmente diversa da quella che ci ha portato al 18 per cento”. Sala rappresenta semplicemente il buon senso. Il Pd non si rialzerà se si continuerà a permettere a Renzi di fare il puparo.