di Flaminio de Castelmur

La politica internazionale in questi giorni sta influendo sulle nostre tasche. Il ripristino delle sanzioni da parte degli Usa nei confronti dell’Iran, accusato di violare gli accordi sul controllo della produzione di materiale nucleare, ha immediatamente causato l’aumento di prezzo del petrolio, arrivato a superare i 70 dollari al barile Wti.

Quali sono i livelli attuali di produzione e della domanda mondiale? A fine 2017 la classifica dei 10 maggiori produttori mondiali di petrolio vedeva al primo posto la Russia con il 13% del totale, seguita da Arabia Saudita (12,65%), Stati Uniti (10%), Iran (4,77%), Cina (4,56%), Canada (3,90%), Iraq (3,90%), Emirati Arabi Uniti (3,32%), Venezuela e Messico.

Secondo i dati dell’Aie (Agenzia internazionale per l’energia) la domanda giornaliera di petrolio dovrebbe aumentare nel 2018 più del previsto: di 1,4 milioni di barili al giorno tanto da raggiungere i 99,3 milioni. Aumento coperto in gran parte dal petrolio di scisto prodotto dagli Usa, i quali starebbero per diventare i maggiori produttori al mondo, arrivando a sorpassare la Russia e L’Arabia Saudita. Tendenza che continuerà anche nel 2019, in conseguenza del nuovo piano annunciato dall’amministrazione Trump e diretto all’apertura dei territori off shore di Alabama, Florida, Lousiana, Missisipi e Texas alla ricerca e sfruttamento delle risorse di combustibili. Le tabelle con i dati della produzione americana certificano questo corso.

Queste nuove vette produttive porteranno gli Usa a tornare ad essere un esportatore netto (superando i 2 milioni di barili al giorno), posizione ricoperta per il petrolio nel lontano 1950 e nel gas nel 1953. Bisogna anche ricordare che la preferenza europea per il petrolio americano – diverso dal crude dell’Arabia e meno ricco di zolfo – dipende dalla differenza di prezzo con il Brent del Nord Europa. Quasi 5 dollari al barile che fanno impegnare i raffinatori a prendere dimestichezza con le qualità Wti, Light Louisiana sweet, Eagle Ford scaricate sempre più spesso in Europa dalle superpetroliere Aframax.

Secondo diverse stime – tra le quali prevale lo studio pubblicato dal Boston consulting group – il picco di consumo di petrolio dovrebbe aversi tra il 2025 ed il 2030, quando i progressi nel campo del risparmio energetico e nello sfruttamento delle fonti di energia alternative al petrolio saranno in grado di superarne la dipendenza quasi esclusiva.

La curva di Hubbert qui riportata, rappresenta la produzione nel tempo di una risorsa fisicamente limitata e si presenta come una caratteristica curva a campana. Tutti gli studiosi e i geologi sono d’accordo nel sostenere che abbiamo già oltrepassato il suo picco, cioè il punto massimo delle riserve disponibili. Secondo un recente rapporto di Hsbc, metà dei giacimenti mondiali ha superato il picco di produzione. Nel 2017 si è superato l’oversupply per scivolare nella condizione opposta: dal 2018 al 2040 ci sarà una contrazione delle forniture con un eccesso di domanda e conseguente rialzo dei prezzi.

Oggi il petrolio rappresenta da solo quasi la metà dell’energia usata (40%) a vari scopi nel mondo ed è responsabile per il 90% dell’energia utilizzata nei trasporti. Nel 2040 si pensa che il 90% dei motori delle autovetture sarà elettrico e che i consumi degli altri motori permetteranno percorrenze superiori a 25 km/litro. Inoltre, il gas diminuirà di prezzo tanto da sostituire il petrolio in varie produzioni. Tutto questo dovrebbe ridurre il consumo a 80 milioni al giorno contro i 100 attuali.

Il problema delle forniture di petrolio dall’Iran coinvolge fortemente l’Italia, per la quale esso è il terzo fornitore (con un volume di 180 mila barili al giorno) dopo Azerbaijan e Iraq. Probabilmente queste forniture passeranno all’Arabia, che produce la qualità Arab light con caratteristiche simili a quelle dei greggi leggeri iraniani (dotati di un elevato contenuto di zolfo).

Non sono solo petroliferi i problemi italiani causati dall’embargo deciso nei confronti dell’Iran, dove la Sace prevedeva per l’anno attuale esportazioni pari ad almeno 2,6 miliardi. Quelli dell’energia però sono i più spinosi in quanto siamo un Paese che consuma tanto carburante e in cui i prezzi al consumatore sono già in crescita in questi giorni. E poi i prezzi del petrolio trascinano quelli del gas i cui aumenti condizionano quelli dell’elettricità. Con una conseguenza nefasta per la vita di tutti i giorni. L’aumento del costo della vita imposto dalla politica internazionale.