Doveva essere l’occasione per riaprire il Corridoio Vasariano, il camminamento aereo voluto dai Medici, invece ci si dovrà accontentare del restauro di un’opera danneggiata nella notte tra il 26 e il 27 maggio 1993, quella della bomba di via dei Georgofili. Nel 25esimo anniversario della strage, un ottimo modo per ricordare le vittime e i danni materiali dell’attentato mafioso era quello, la riapertura del Corridoio, chiuso ormai da quasi due anni per motivi di sicurezza. Il direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, l’aveva più volte annunciato, ma non se ne farà di niente. Ci si dovrà accontentare del ritorno al suo splendore de I giocatori di carte di Bartolomeo Manfredi, trafitto da una miriade di schegge e detriti e ridotta a brandelli. Il danno fu così grave che per 20 anni nessuno ha mai avuto il coraggio anche solo di pensare al suo recupero, che avrebbe significato rimettere insieme i tasselli di un complicatissimo puzzle che sarebbe rimasto comunque incompleto.

Poi però nel 2014 la restauratrice Daniela Lippi progettò il restauro dell’opera a un costo di circa 23mila euro (quanto l’incasso di tre ore degli Uffizi), saliti poi a circa 30mila perché nel frattempo erano tornati alla luce altri 105 frammenti di manto pittorico che andavano riposizionati sulla tela. Un’impresa ardua, ma non impossibile, di quelle che fanno bene all’eccellenza tutta italiana nell’arte del restauro, ma che alla fine ci restituiscono solo il 55 per cento della superficie pittorica dell’opera di Manfredi. Le risorse sono state trovate grazie al crowfunding lanciato dal Corriere Fiorentino e durante il prossimo weekend il dipinto tornerà visibile in un’area degli Uffizi fuori dal percorso museale. Il recupero di un dipinto – per di più danneggiato da una bomba mafiosa – è sempre una festa, ma la riapertura del Corridoio Vasariano presenta altri tipi di emergenze e di implicazioni che due anni fa parevano spingere il direttore Schmidt a considerarla una priorità. Evidentemente così non è.

Tutto era cominciato nell’estate del 2016: a causa dell’esposto di un sindacalista – che denunciò ai vigili del fuoco i rischi per la mancanza di un adeguato numero di uscite di sicurezza – Schmidt decise la chiusura del Corridoio Vasariano, che in 800 metri di passeggiata collega gli Uffizi a Palazzo Pitti, solcando l’Arno sul Ponte Vecchio. Da allora sono trascorsi quasi due anni e, se escludiamo un breve, temporanea riapertura tra il 27 settembre e il 30 novembre 2016, e altre due occasioni (nel marzo 2017 per i ministri partecipanti al G7 della Cultura e per la visita in città di Carlo d’Inghilterra e Camilla), il Corridoio è chiuso e dei circa 700 dipinti che vi erano collocati (compresi 420 autoritratti di artisti), solo una decina è visibile in Galleria. Tutto il resto è tornato in deposito.

Più degli stessi Uffizi, della Galleria dell’Accademia (la casa del David di Michelangelo), di Palazzo Vecchio, del Duomo e di Palazzo Pitti, il Corridore – così come lo definiva Vasari, che lo concepì per volere di Cosimo I de’ Medici – ha sempre rappresentato una sorta di wunderkammer, sia per il contenuto (gli Uffizi detengono la più grande collezione al mondo di autoritratti d’artista), sia per l’architettura, ma soprattutto per l’esclusività. Quando funzionava a pieno regime, infatti, il Vasariano veniva visitato dall’1 per cento dei circa due milioni di visitatori della Galleria. Quei pochi privilegiati visitatori erano disposti a pagare anche cifre notevoli ai tour operator che organizzavano le visite guidate, pur di avere la sensazione di vivere un’esperienza esclusiva, appunto, unica, per pochi eletti. Una di quelle cose per la quale vale la pena farsi anche 15 ore di aereo.

La chiusura del Vasariano per motivi di sicurezza non piacque molto ai vertici del ministero dei Beni culturali – dove Dario Franceschini perseguiva principalmente l’obiettivo della valorizzazione –, ma i rischi per i visitatori dovevano essere azzerati ed è per questo che intorno a Ferragosto del 2016 Schimdt si affrettò ad annunciare che “sarebbe bello poter inaugurare il ‘nuovo’ Corridoio Vasariano aperto a tutto il pubblico degli Uffizi il 27 maggio 2018, 25esimo anniversario della strage dei Georgofili”. L’annuncio è rimasto tale e, anzi, da allora meno se ne parla e meglio è. A tal punto che il restauro de I giocatori di carte di Manfredi è capitato a proposito, utile per affrontare la ricorrenza, che avrebbe distratto i più da quella frase pronunciata nell’agosto di due anni fa.

A onor del vero, verso la fine del 2017 il direttore Schmidt affermò di temere che durante il suo mandato agli Uffizi – che terminerà nel dicembre del 2019 – non avrebbe fatto in tempo a rivedere aperto il Corridoio Vasariano. Allo stato attuale, ancora non è completato neanche il progetto del “nuovo” Vasariano, che necessita di una serie di uscite di sicurezza lungo il tragitto (in effetti, come si ricava da una mappa del 1768 custodita nella Biblioteca degli Uffizi, nel XVIII secolo queste c’erano eccome, ma poi sono state via via ostruite nei secoli); dopodiché andranno indette le gare per appaltare i lavori, che potrebbero comportare ricorsi, e poi si dovranno eseguire i lavori stessi, e poi il camminamento andrà di nuovo allestito, ma non più con i dipinti, bensì con opere di diversa natura (sculture, affreschi staccati etc…), insensibili agli sbalzi termici che in quell’area toccano anche i 40 gradi.

Quindi, se da una lato stabilire una data certa per la riapertura del Corridoio Vasariano al momento non sembra possibile, dall’altro è evidente che le priorità del direttore Schmidt – responsabile degli Uffizi, ma anche dei musei di Palazzo Pitti e del Giardino di Boboli – appaiono altre: dalla rivoluzione delle sale al secondo piano (ne sono interessate le opere di Michelangelo, Leonardo e Raffaello) al varo del “percorso breve” nella Galleria, che permette di evitare il primo piano ed esclude l’opportunità di ammirare opere di Andrea Del Sarto, Bronzino, Pontormo, Rosso Fiorentino, Parmigianino, Tiziano e perfino Caravaggio. De gustibus.