“Considerando che i consumatori richiedono in misura sempre maggiore prodotti agricoli e derrate alimentari ottenuti con metodi biologici; che questo fenomeno sta quindi creando un nuovo mercato per i prodotti agricoli; considerando che questi prodotti sono venduti sul mercato a un prezzo più elevato”.

Molta acqua è passata sotto i ponti da quando venivano scritte queste parole: erano i primi “considerando” (le premesse) del neonato regolamento europeo dedicato al “metodo di produzione biologico di prodotti agricoli”, il n. 2092\91.  Le motivazioni di quell’originario provvedimento legislativo erano costituite – com’è evidente – da mere ragioni di mercato, pur seguite (a buona distanza) da ragioni di natura ambientale.

Nello scorso aprile, il Parlamento europeo – prendendo atto che “il settore dell’agricoltura biologica nell’Unione si è sviluppato rapidamente negli ultimi anni” – ha approvato il nuovo regolamento che dal 2021 prenderà il posto del n. 834\2007, il quale aveva a sua volta sostituito quello del 1991. In questo caso, il primo “considerando” del nuovo testo (pressoché identico a quello del 2007) risulta ben più impegnativo di quello del 1991: riconosce la “duplice funzione sociale” che esplica il metodo biologico, “provvedendo da un lato a un mercato specifico che risponde alla domanda di prodotti biologici dei consumatori e, dall’altro, fornendo beni pubblici che contribuiscono alla tutela dell’ambiente, al benessere degli animali e allo sviluppo rurale”.

Subito dopo si trova anche (per la prima volta) un diretto riferimento al “rispetto di norme rigorose in materia di salute”, che unitamente a quelle in materia “di ambiente e di benessere degli animali” sono “intrinsecamente legate all’elevata qualità” dei prodotti biologici. Sulle critiche, anche aspre, cui il testo ha già dato vita si tornerà in successivi contributi. Qui si vuole solo evidenziare un elemento che si reputa prioritario.

Nel 6° “considerando”, si legge che tra “gli obiettivi della politica dell’Unione europea in materia di produzione biologica” vi sono, soprattutto, la conservazione e la giustificazione della “fiducia dei consumatori nei prodotti etichettati come biologici”. Non è il caso di girarci intorno: visto con gli occhi di un semplice (per quanto antico e convinto) consumatore, il mondo del biologico presenta ancora tratti non residuali di opacità.

Inchieste giornalistiche dettagliate e attendibili fino a prova contraria – come quella apparsa sull’ultimo numero di FQ Millennium – ma prim’ancora la notissima puntata di Report dell’ottobre 2016, sono lì a dimostrarlo. E sono opacità che non riguardano solo le deviazioni criminali dal sistema: truffe, frodi, speculazioni e affini.
Sono zone grigie che paiono “fondare” tratti del sistema: a partire da corpose forme di conflitto d’interesse tra produttoriorganismi di certificazione (ossia tra controllati e controllori) come quelle ratificate con inappuntabile piglio notarile dal Mipaaf nel suo “decreto controlli” del febbraio scorso che, proprio in questa parte nevralgica, risulta curiosamente “più largo” della bozza del giugno 2017. Bozza che pure era stata bollata dalla stessa Federbio (l’ente di riferimento dell’agricoltura biologica in Italia) come “una rivoluzione a metà” per l’omessa sostituzione al vertice del sistema di vigilanza e controllo sulla filiera biologica del discusso Ispettorato centrale repressione frodi del ministero con il Comando unità per la tutela forestale, ambientale e agroalimentare dei Carabinieri di nuovissima creazione.

Tutto questo mentre la riforma dei reati agroalimentari – a quasi tre anni dalla sua elaborazione da parte della commissione Caselli (pure diventata nel dicembre scorso disegno di legge governativo) che prevedeva una specifica tutela penale del biologico, a mezzo di un’apposita aggravante al reato di frode in commercio – langue in attesa che, all’interno del nuovo legislatore (parlamentare o governativo che sia), qualche animo sensibile alle sorti dell’agricoltura, dell’ambiente e della salute pubblica la prenda in carico e la faccia, finalmente, diventare una legge dello Stato.

“Il modello della rivoluzione verde, iniziata dopo la seconda guerra mondiale, è esaurito” anche e soprattutto per “l’enorme costo ambientale” che ha comportato: lo ha certificato poco più di un mese fa la Fao a Roma, nell’intervento di apertura del 2° Simposio internazionale di agro-ecologia. Per questo, il biologico e i suoi operatori hanno una responsabilità non da poco: diventare l’agricoltura “convenzionale” del futuro, perché si possa “offrire cibo sano, nutriente e accessibile a tutti, servizi ecosistemici sani e stabilità climatica”. Prima, però, il bio deve rimuovere ogni zona d’ombra da sé, anche solo potenziale. Ne va del suo futuro. Dunque, del futuro dell’agricoltura, dell’ambiente e della salute.

L’inchiesta di Luisiana Gaita e Pierluigi Giordano Cardone è su Fq MillenniuM, in edicola per tutto il mese di maggio e disponibile sullo shop online